music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Lovers Prayers

IDA – Lovers Prayers
(Polyvinyl, 2008)

Non dev’essere facile una carriera ultradecennale relegata quasi tutta nell’ombra, caratterizzata da tanti album scritti e composti per il solo gusto di farlo e dall’ingombrante termine di paragone dei Low, band della quale gli Ida di Elizabeth Mitchell e Dan Littleton condividono da sempre il gusto raffinato per atmosfere rallentate e melodie eteree, incastonate dal sapiente intreccio delle voci e da partiture sempre molto discrete. Nonostante l’assenza nella loro discografia di picchi particolari (se si eccettua, forse, il solo “Ten Small Paces”) e la limitata attenzione conseguita al di fuori dell’ambito indipendente americano, gli Ida hanno continuato con onesta passione a produrre dischi, mettendo spesso in discussione, tra alterne vicende, la propria sensibilità e la propria cifra stilistica.

Così avviene anche in “Lovers Prayers”, settimo album della serie, che segue a distanza di tre anni “Heart Like A River”, segnando altresì una piccola svolta nella storia della band, rappresentata dall’abbandono dell’originaria New York in favore dello studio di registrazione di Levon Helm, situato sui monti Catskill: la location montana e il placido contesto rurale sembrano aver avuto una certa influenza sui suoni di questo lavoro, contrassegnati da una parte da personalissimi accenti di folk acustico e dall’altra da una spontaneità e da un dinamismo compositivo sconosciuti in molti degli album precedenti.
Le ben quattordici tracce di “Lovers Prayers” non si limitano, infatti, alla riproposizione delle consuete melodie carezzevoli, solcate da ritmiche discrete e arrangiamenti ovattati, ma ad esse affiancano episodi dalle strutture armoniche più complesse e caratterizzati da una maggiore varietà di registri sia musicali che interpretativi.

Si intuisce di essere in presenza di un lavoro più articolato del solito fin dalle avvolgenti note di pianoforte dell’iniziale title track, le cui trame raffinate sorreggono la morbida combinazione vocale e la semplicità di iterazioni melodiche ancora in grado di creare un incanto senza tempo. La varietà e il relativo movimento di questo brano si disperde però nel corso dell’album, che ben presto recupera l’abituale staticità di atmosfere eteree ma spesse volte prive dell’efficacia necessaria a farle restare impresse e ad evitare quella sensazione di stanco trascinarsi che subentra, soprattutto nella parte finale di un lavoro cui non giova la durata complessiva di oltre un’ora.

Tuttavia, se alcune delle ultime tracce sono in effetti prescindibili e se anche un brano discreto come “Gravity” risulta troppo manieristico per non far balenare ancora una volta lo spettro dei Low, l’essenza più convincente di “Lovers Prayers” si esprime laddove la band riesce a svincolarsi da cliché ben consolidati per cimentarsi in qualcosa di leggermente diverso dal solito, seppure filtrato attraverso il proprio stile e la propria peculiare sensibilità.
È quello che avviene nel soffuso blues di “Worried Mind Blues” e nella coralità dimessa e anestetica di “Willow Tree”, ove cominciano ad affacciarsi i timidi sentori folk poi sviluppati in “For Shame Of Doing Wrong” e “The Killers 1964”, insieme alla citata title track, tra le tracce meglio riuscite del lavoro. La prima introduce sulle dilatazioni di fondo un’indolente chitarrina che conferisce concreto e calore al cantato impalpabile della Mitchell, mentre la seconda rappresenta un piccolo cammeo di folk orchestrale delicato, polveroso e splendidamente ingentilito dall’arrangiamento d’archi e dall’eterea polifonia vocale.

Tra alti e bassi, tra momenti di coinvolgimento e di stanca, “Lovers Prayers” è l’ennesima prova di una band destinata a restare minore, ma che pure non cessa di regalare emozioni sincere e sfumate, ancora apprezzabili per lo meno dagli amanti del genere.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 26 gennaio 2008 da in recensioni 2008.
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