music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

The Weather Clock

JULY SKIES – The Weather Clock
(Make Mine Music, 2008)

I July Skies di Antony Harding possono collocarsi in quella interessante “scena” musicale che, ben distante dalla caducità delle tendenze artistiche e spesso purtroppo anche dalle attenzioni della critica, in Inghilterra prolifera da tempo grazie alla sensibilità di artisti portati ad esplorare territori originariamente non distanti dalla particolare declinazione insulare delle componenti più morbide del post-rock, sviluppate in maniera graduale fino ad abbracciare sonorità sognanti e atmosferiche, descrittive di immagini immortalate nella loro malinconica bellezza, tra incantate fascinazioni campestri e nebbiose tessiture armoniche.
“The Weather Clock” è il loro terzo album, realizzato dopo lunga e sofferta gestazione, in collaborazione con gli amici e compagni d’etichetta Rob Glover e Ben Holton degli Epic45 e a distanza di ben quattro anni dal precedente “The English Cold”.

Il lavoro segna un passo ulteriore nel cammino della band verso una progressiva rarefazione dei suoni, adesso del tutto appianati in poco meno di quaranta minuti, densi di echi e memorie lontane, dipanate attraverso note carezzevoli e sempre misuratissime, ideale cornice per panorami interiori avvolti dalla nostalgia, perfettamente coincidenti con il fascino intimo e sublime dei cieli grigi e degli orizzonti brulli evocati da quasi tutte le dodici tracce qui comprese.
L’iconografia dei July Skies, testimoniata anche dai titoli dei brani e dall’elegante artwork di “The Weather Clock”, è infatti tutta incentrata su istantanee in seppia, fortemente legate alla descrizione di paesaggi campestri britannici e sul tentativo di tradurre in musica la fugace bellezza di un momento di luce o di un fenomeno meteorologico e gli stati d’animo da essi ispirati.
Nel compiere tale operazione, la band, pur a fronte di un’indole e di un mood uniformi, alterna con gradualità registri strumentali e compositivi diversi che, accomunati da un substrato di ambient sognante, spaziano da impalpabili venature dream-pop a fragili arpeggi acustici, da frammenti di minimalismo pianistico a un paio di vere e proprie canzoni, completate dal cantato levigato ed etereo di Antony Harding.

Le pennellate melodiche, sempre lente e trasognate, che danno concreta forma auditiva ai vaporosi scorci ambientali di “The Weather Clock”, sono infatti strutturate in modo da comprendere in maniera coerente l’indolente abbandono a dilatazioni dense di reminiscenze del dream-pop più toccante (“Branch Line Summers Fade”, “See Britain By Train”), ma anche l’ovattata compunzione dei piano solo “Broadcasts For Autumn Term” e “Waiting For The Test Card”.
Analogamente, all’unica autentica immersione ambientale di questo lavoro – l’ipnotica “Skies For Nash” – corrisponde una prevalenza di composizioni nelle quali è una semplice chitarra a completare orditi di cristallina nostalgia e suadente emozionalità. È quello che avviene in particolare nei due brani cantati (“Girl On The Hill” e “One Morning In May”), ove le componenti essenziali della musica di Harding e compagni sembrano correre sui binari paralleli delle atmosfere sfuggenti e delle soffici melodie, che insieme si fondono in un unicum incantevole, tra ricordi e desideri senza tempo, avvolti nel tepore dei suoni, come in quello di un abbraccio nell’uggiosa ma affascinante staticità della countryside.

È così che i July Skies riescono come pochi a catturare in musica momenti, immagini e sensazioni destinate a una contemplazione solitaria ma al tempo stesso condivisa, frutto di una sensibilità pacata e in lenta ma continua trasformazione, al pari dei colori cangianti dei cieli sopra la Gran Bretagna, oggetto prediletto di rapita osservazione e, a giudicare dal contenuto di questo lavoro, tanto affascinanti da lasciare senza parole, se solo si ha cura di trovare il tempo e l’attenzione di volger loro lo sguardo.

P.S. Allegato alle prime trecento copie dell’album, si trova un Ep di venticinque minuti, comprendente versioni alternative di alcuni brani, nonché una title track di splendido cantautorato ambientale e ulteriori dilatazioni inafferrabili e sognanti, che completano in maniera esaustiva il già eccelso contenuto di “The Weather Clock”.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 8 marzo 2008 da in recensioni 2008.
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