music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

We’re Becoming Islands One By One

THE SLEEPING YEARS – We’re Becoming Islands One By One
(Talitres, 2008)

Un passato da oscuro indie-rocker nella sotterranea band nordirlandese The Catchers, un presente da cantautore sensibile e raffinato: è Dale Grundle, artista che, affiancato da un paio di compagni di viaggio che ne completano la già notevole versatilità strumentale, ha da poco intrapreso una seconda vita musicale con il progetto The Sleeping Years, adesso al debutto sulla lunga distanza dopo tre Ep autoprodotti che, usciti a tiratura limitata nel corso del 2007, avevano destato meritato interesse tra quanti seguono con attenzione i mille rivoli del moderno cantautorato folk.
Strano a dirsi per un cantautore britannico, i tre Ep hanno riscosso consensi soprattutto in Francia, dove Grundle ha tenuto numerosi concerti e ha di recente trovato un contratto con l’importante etichetta Talitres, che pubblica questo “We’re Becoming Islands One By One”, ove trovano spazio e più larga diffusione sei dei brani compresi negli Ep, accanto ad altri quattro del tutto inediti.

I limpidi tocchi di chitarra e il peculiare cantato british di Grundle, uniti all’indole dimessa e vagamente isolazionista che traspare fin dal titolo del lavoro, rendono inevitabile l’ingombrante richiamo a Nick Drake. Tuttavia, il nostro dimostra una notevole personalità nello sviluppo di tematiche e trame sonore del classico cantautorato folk, interpretando le prime secondo un registro di dolce disincanto e traducendo le seconde grazie a una sensibilità compositiva votata a un delicato picking acustico e alla creazione di arrangiamenti densi di romantica emozionalità.
Ne risultano dieci brani nei quali Grundle interpreta ricordi lontani e ricorrenti temi sentimentali senza cedimenti a retoriche melense, ma elaborando una propria poetica del “risveglio emotivo”, che dissolve il sonno del cuore e quello della ragione nella battaglia amorosa (“Through it all I gave my hand/ and through it all these days will end/ The battles for your heart carry on/ I draw the light and hush the sounds/ You’ll never need to know”) incorniciata, nell’iniziale “Setting Fire To Sleepy Towns”, dal morbido romanticismo di chitarra e pianoforte e dal toccante arrangiamento di violoncello.

Proprio quest’ultimo aspetto costituisce uno dei punti di forza delle canzoni di The Sleeping Years, tutte incentrate su voce e chitarra ma rifinite di elementi che, dosati con grande misura, enfatizzano le qualità cristalline di una formula cantautorale intima e personale, capace di spaziare tra il delicato omaggio alla natia Coleraine (“Macosquin, Coleraine”) e nostalgie campestri (“The Shape Of Things To Come”, “The Lockkeeper’s Cottage”) da un lato e ballate più solari e movimentate dall’altro (“You And Me Against The World”, “Clocks And Clones”, “Human Blues”). Nel primo caso, la disarmante semplicità dei brani disegna raffinati paesaggi autunnali, intrisi di una dolce malinconia, che instilla una sensazione di pioggia perenne, a metà tra l’elegante folk di James Yorkston e il coinvolgente romanticismo dei Sodastream, mentre nel secondo Grundle si lascia andare a composizioni più immediate, probabile retaggio dei suoi trascorsi “indie”, nelle quali feeling elettrico e ritmiche più serrate sfiorano accenti pop di pronto impatto e limpida leggerezza.

A prescindere dal registro espressivo dei vari brani, da quasi tutti i testi promana un senso di distanza, di vero e proprio isolamento sentimentale; una condizione che Grundle contempla in maniera quasi inerte, con spirito ormai anestetizzato e sereno (“We’ve been running for so long/ from jaded hearts and broken love/ all waiting for the ground to open up”), tanto che in conclusione non gli resta che rifugiarsi nella propria sensibilità, come inevitabile conseguenza di una pioggia latente, non solo metereologica. E, a giudicare dai brani compresi in questo suo debutto, sembra proprio che questi siano i presupposti giusti per dar luogo a un cantautorato dal moderno piglio poetico, che rivela la piacevolissima scoperta di un autore autentico, perfettamente a proprio agio in questa nuova veste artistica.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 13 marzo 2008 da in recensioni 2008.
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