music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Temper

BENOÎT PIOULARD – Temper
(Kranky, 2008)

Il suo album di debutto, “Precis”, ne aveva rivelato le capacità di sviluppare una fresca formula di electro-folk, non aliena da sperimentalismi, ma venata di un’apprezzabile leggerezza espressiva. Dopo due anni trascorsi tra collaborazioni ed esperienze in giro per il mondo, che ne hanno consolidato fortemente il nome in ambiti musicali talvolta piuttosto diversi, il giovane Benoît Pioulard (al secolo Thomas Meluch) concede finalmente a quell’opera un seguito completo e incisivo.

Fedele al suo stile asciutto e alla concisione compositiva, Pioulard presenta di nuovo un notevole numero di tracce (sedici, per una durata complessiva di trentanove minuti) che espandono, se possibile, il già ampio spettro sonoro di “Precis”.
L’artista originario di Portland si cimenta qui in una sorta di mutazione genetica del folk e dell’impiego dell’elettronica, dando luogo a qualcosa che trascende la definizione di folktronica – almeno così come convenzionalmente utilizzata – arricchendola di un’accentuata sensibilità pop e di un mèlange sonoro tanto cangiante da rendere spesso imprevedibili le evoluzioni di ogni brano. Certo, in “Temper” permane il filo conduttore dell’incontro e della combinazione tra suoni acustici e più marcati passaggi di elettronica interstellare, tuttavia di volta in volta piegati ad assumere forme diverse, che spaziano da sonorità spesse e rilucenti a sperimentalismi in chiave ambientale, fino a bozzetti di un folk acustico mai così limpido.

La novità saliente di “Temper” è rappresentata tuttavia dall’accresciuta attenzione di Pioulard verso la scrittura che, accanto a frammenti tendenti quasi all’ambient-drone, si traduce in un buon numero di vere e proprie canzoni, tutte molto curate e spesso contrassegnate da melodie ben delineate, tali da entrare facilmente in circolo. Ne risulta un pop curatissimo, eppure di una naturalezza disarmante, che gioca ancora con loop, sottili distorsioni di fondo e pennellate elettroniche policrome, ma è anche capace di esprimersi attraverso la semplicità di una chitarra acustica percorsa soltanto dal battito di una drum machine. In qualche caso (in particolare nell’ottima “Ahn”) si palesa qualche aderenza con i Tunng più recenti, dei quali Pioulard sembra seguire il “doppio binario” compositivo, fatto di levità acustica e interazione sintetica, ma anche l’andamento di un cantato quasi noncurante.

È il contesto ad essere tuttavia diverso, non solo per il continuo rimescolamento sonoro operato nel corso dell’album e finanche all’interno dei singoli brani, così come diverso è il piglio dell’artista americano, che riesce a coniugare la sue elaborazioni elettro-acustiche con la ricerca della perfetta “canzone” da due-tre minuti, elementi che non stridono per nulla, anzi si valorizzano a vicenda in pezzi brevi, solari e trascinanti quali, tra gli altri, “Ahn”, “Golden Grin”, “Idyll”, “Loupe”, fino a suggellare l’album nella conclusiva “Esperus” con una sorta di firma di stile, costituita dalla trasformazione e dal progressivo ammodernamento di un semplice folk acustico.
Se poi si prende atto di come al contempo Pioulard non perda mai di vista la rimodulazione e la giustapposizione di suoni delle fogge variopinte, per le quali si era segnalato già con l’album precedente, “Temper” può senz’altro considerarsi uno stadio di accresciuta maturità di un artista in grado di rappresentare il prototipo di una modernità al tempo stesso cantautorale, pop, folk ed elettronica.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 14 ottobre 2008 da in recensioni 2008.
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