intervista: LEBENSWELT

L’understament a tutto tondo nell’approccio creativo, la matrice filosofica e la combinazione tra scrittura introspettiva e ricerca di curate soluzioni sonore al rallentatore fanno di Lebenswelt un’esperienza rara e personale nella musica (autenticamente) indipendente italiana. A margine della pubblicazione del nuovo lavoro “Unspoken Words“, che vede anche importanti collaborazioni, il suo artefice Giampaolo Loffredo racconta come si è sviluppato il progetto, sempre volutamente in penombra.

Lebenswelt vive ormai da quasi vent’anni in una dimensione riservata e umbratile: come ha preso le mosse?
Lebenswelt nasce nell’estate del 2003, in seguito allo scioglimento dei Joy of Grief, il mio progetto precedente, con l’idea di un deciso cambiamento di direzione, segnando il passaggio da una band dalle sonorità prevalentemente acustiche, ispirate soprattutto ai Sophia, verso lunghe e solitarie sessioni di registrazione progressiva multitraccia, composizioni prevalentemente in loop, chitarre preparate col cacciavite, nel contesto di un’ispirazione fortemente hoodiana.

In questo lungo periodo, quale evoluzione hai notato nel percorso di Lebenswelt e nel tuo approccio in generale?L’approccio è indubitabilmente caratterizzato da tratti monolitici. Dall’estenuante ripetizione dell’uguale. Qualcosa, però, è cambiato negli ultimi dischi, dopo il decennio di silenzio Tra “Corners Of A Drowning Faith” (2006) e “Shallow Nothingness In Molten Skies” (2016). Soprattutto, una maggiore apertura al songwriting e una dimensione sempre più collettiva e condivisa del progetto, che oggi non può più essere inteso semplicemente come una one-man-band. È nato il Lebenswelt collective.

Fin dalla denominazione, il modo di presentare la tua musica suggerisce una sua proiezione interiore ma, volendo, anche al mondo vivente (appunto) circostante: alla base vi è un messaggio davvero “filosofico”?
Ho rivolto gran parte della mia esistenza al pensiero filosofico. Lebenswelt rappresenta la possibile apertura husserliana di una vita immersa nella filosofia schopenhaueriana.

C’è qualche artista che consideri importante nella tua formazione musicale, o almeno qualcuno che senti vicino al tuo modo di fare musica?
Se dovessi fare un nome solo, direi ONQ. Ci siamo conosciuti in Irlanda nel 1994. Da allora abbiamo condiviso innumerevoli ascolti, tutti i nostri progetti musicali e il medesimo approccio solitario, ostinato, intransigente. A proposito di ascolti fondamentali, qualche ispirazione in comune, in ordine sparso: Joy Division, Codeine, Hood, Slint, Bark Psychosis, Low, The God Machine/Sophia, Black Heart Procession, Rachel’s, Labradford, Mogwai, Smog, Red House Painters, The Cure, Sonic Youth, Disco Inferno, Nick Drake, Robert Wyatt, Leonard Cohen.

Da che cosa proviene solitamente la tua ispirazione?
Penso alla musica come a uno straordinario veicolo per immergersi negli stati dolorosi, esprimerli e provare a superarli. Probabilmente perché nell’oggettivarli attraverso la musica, nel porli innanzi, fuori di sé, è possibile ricondurli al mondo come pura rappresentazione, in uno stato contemplativo al riparo provvisorio dalla volontà, pervenendo infine a una liberazione, ancorché solo temporanea, dalla sofferenza.

Le tue canzoni sembrano il frutto di un approccio molto personale e istintivo alla scrittura: è così per ogni tuo brano?
È così. È sempre così, non c’è mai pianificazione. Inizio a comporre solo quando avverto come una sorta di dolorosa urgenza. Nella prima fase tutto scaturisce in modo molto naturale e istintivo. Poi, però, inizia una lunghissima seconda fase di meticoloso affinamento, nella quale trova spazio, soprattutto negli ultimi anni, la condivisione con altri musicisti.

La tua musica è costituita da piccoli movimenti, è lenta e gentile: come si concilia con un tempo che va sempre troppo veloce?
Sembra davvero inconciliabile. Il nostro è un tempo in cui tutto è rapida consumazione: il pensiero, il linguaggio, l’altro, anche la musica. Tutto ridotto a brandelli. Anche noi stessi. Brandelli di tempo. La mia musica è un invito a rallentare, se non a fermarsi, a immergersi nel pensiero e nell’ascolto.

La scelta di cantare in inglese (peraltro senza nessuna particolare inflessione) è stata determinata dalla sua maggiore adeguatezza alle sonorità?
Mi sembra che l’inglese “suoni” meglio con questo tipo di musica. La voce, in fondo, è uno strumento come gli altri. Non escludo di sperimentare testi in italiano, ma per ora non mi è mai venuto naturale.

La tua musica è molto solitaria, eppure ogni tuo disco presenta diversi collaboratori. In “Unspoken Words” suonano tra gli altri Pall Jenkins, Richard Adams e Andrew Richards: come sei entrato in contatto con loro?
L’evoluzione di Lebenswelt, come dicevo, è nella sua dimensione collettiva ed è mia intenzione continuare in questa direzione.
Con Andrew Richards avevo già collaborato nel 2006 e sono molto felice di aver ripetuto l’esperienza. In quest’ultima occasione, dopo aver ascoltato una versione grezza del mio disco, Andrew ha avuto l’idea di scrivere parte del testo della title track e anche di cantarlo con la sua voce straordinaria. Con Richard Adams e Pall Jenkins, che ho dapprima incontrato in occasione di alcuni loro concerti ai tempi degli Hood e dei Black Heart Procession, tutto è nato dalla mia profonda ammirazione per la loro musica. È quindi superfluo raccontare l’emozione che ho provato nell’inserire e poi mixare i loro contributi a un mio album. Non li ringrazierò mai abbastanza, così come tutti gli altri musicisti che hanno preso parte al Lebenswelt collective: Antonella Amenduni, Alessandro Calzavara, Mauro Costagli, Luca Galuppini, Giovanni Mastrangelo, Valerio Sartori, Stephano Stephanowic, Pier Giorgio Storti, Alessandro Zangani.

Anche l’aspetto esteriore dei tuoi dischi, dai titoli alle copertine, è molto curato: cosa pensi delle relazioni della musica con le forme d’arte visuali?
Trovo che la mia musica sia legata soprattutto al cinema. I film di Tarkovskij, Mizoguchi, Tarr, Herzog, Vlacil hanno costituito ispirazione per la genesi di tanti miei pezzi, soprattutto all’inizio; proiettavo sulla parete della mia stanza i loro film, quasi a volerne creare una possibile colonna sonora. Forse negli ultimi tempi è un po’ diverso, però. Tendo a comporre al buio. Nell’oscurità è proprio la musica a suscitare immagini, come paesaggi dell’anima. Per questo anche le copertine dei miei dischi sono sempre più astratte, visionarie. Da ultimo, grazie allo straordinario lavoro di Alessandra Vitelli (in “Metaphysics Of Entropy”) e di Anat Zeligowski (in “Unspoken Words”).

In generale, ritieni ancora importante il formato fisico?
Il rapporto con il formato fisico è per me tanto anacronistico quanto imprescindibile. Non credo abbia senso continuare a fare concept album, se i tuoi pezzi finiscono nelle playlist. L’attuale smaterializzazione dei supporti su cui la musica è incisa conduce probabilmente alla fine del senso dell’album, che è legato fin dall’origine a un formato fisico che ne condiziona l’ampiezza e la durata.  L’assenza di formato fisico credo sia per un album un po’ come il gioco del biliardo senza le sponde. Si ritorna, oggi, inevitabilmente al singolo Anzi, ai primi cinque secondi del singolo brano. E poi si passa avanti. Nello shuffle. Cupio dissolvi.

La tua proposta si distacca notevolmente da quelle della “scena indipendente italiana”, ma ci sono dei musicisti italiani che stimi e ti piacerebbe segnalare?
Oltre al già citato ONQ, che per me rimane il più grande, altri musicisti che stimo sono My Dear Killer, Morose, Belaqua Shua, Lua, That Which Is Not, Monetre, Humpty Dumpty, Dana Plato. Ascoltarli, però, potrebbe essere fuorviante sullo stato della musica nel nostro Paese. Ho come la sensazione che oggi (non solo da noi) conti di più il piano della performance, dell’immagine, degli algoritmi dei social network e che, invece, ci si concentri poco sulla ricerca di un suono personale e non standardizzato.

Da artista “appartato” quale ti definisci, qual è il tuo rapporto con le etichette discografiche e come ti regoli per distribuzione e promozione?
Ho solo rapporti con piccole etichette indipendenti, come Under My Bed e OuZeL. Credo che la mia musica non abbia bisogno di un vero piano di distribuzione e promozione. È fuori da ogni logica di mercato. Sono felice di farla ascoltare agli amici e di scambiare i miei dischi con quelli di altri musicisti. Mi accontento, sia pure a malincuore, anche di una forma attenuata contemporanea, quella in cui ci si scambiano i link. L’importante, però, è che tutto rimanga in una dimensione di condivisione e di scambio, al di là d’ogni mercificazione.

Cosa ci si può attendere in futuro da Lebenswelt?
Difficile dirlo. Altre canzoni tutte uguali?

(pubblicato su Rockerilla n. 497, gennaio 2022)

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