LIGHTNING IN A TWILIGHT HOUR
Colours Yet To Be Named
(Elefant, 2025)

Questa volta il brano destinato a restare quale simbolo di un periodo creativo – e probabilmente non solo – Bobby Wratten lo ha lanciato prima della pubblicazione del nuovo disco di Lightning In A Twilight Hour, nell’ormai abituale formato del singolo autonomo, che ne anticipava l’uscita di alcune settimane. “There’s More To Life Than Crooks” è la perfetta popsong per un tempo travagliato, nella quale il navigato musicista inglese condensa una sensibilità come e più di sempre ripiegata sul piano personali, alla ricerca di un’innocenza che, in mezzo alle tempeste del mondo, solo i sentimenti e gli affetti più autentici.

Nei quasi quarant’anni trascorsi tra Field Mice, Trembling Blue Stars e tanti altri progetti, la chimera della perfetta popsong per Wratten si è evoluta, crescendo e invecchiando con lui, trovando adesso la propria dimensione matura in un brano di sei minuti costellato da melodie compassate e controcanti leggiadri, scandita da suoni e pulsazioni intrisi di nostalgia ma mai davvero costretti nella casella di una (auto)emulazione fine a se stessa; perché la musica e la nostalgia – appunto – si sono evolute nel tempo, sia il suo che di coloro che dalle sue canzoni, dopo tanto tempo, continuano a essere accompagnati e colpiti, in maniera più consapevole e disarmata dunque che mai.

Il singolo è la premessa di “Colours Yet To Be Named”, ma solo fino a un certo punto: lo è, almeno nella sua parte iniziale, per i battiti sintetici che ne sorreggono il passo, malinconicamente svelto, palesando nei suoni richiami nostalgici a un tempo smarrito, meno per immediatezza e scorrevolezza della costruzione armonica, che nell’album si ritrova piuttosto destrutturata e smarrita, ridotta appunto a fremiti dimessi, immerse in atmosfere liminali, come appunto l’immagine suggerita dal titolo dell’album e incorniciata da quella della copertina.

Lo stesso periodo autunnale nel quale l’album è stato pubblicato è di per sé simbolico del diverso mood che lo ha generato, rispetto al precedente, primaverile, “Overwintering” (2022), che segnava il risveglio alla vita e alla luce, a superamento delle brume invernali. “Colours Yet To Be Named” è invece un album che muove da un’immersione nell’oscurità, a partire proprio dalle pulsazioni dolenti che aprono l’iniziale “Red Comet” e da una serie di immagini, ricavate dai testi (in generale cripticamente evocativi) nei quali ricorrono perdite, assenze e ricordi dai contorni ormai spesso sfocati.

Analogamente, il suono che li sostiene è in prevalenza frammentato e deliberatamente sporco, fatto di battiti e scie sintetiche percorse da schegge granulose, che rimandano alle derive più atmosferiche del percorso creativo di Wratten, in particolare alla seconda meta di “Fast Trains And Telegraph Wires”, lavoro finale sotto la denominazione di Trembling Blue Stars. Tuttavia, l’atmosfera – decadente e invariabilmente malinconica, con punte di cupa densità – non resta fine a se stessa, bensì rappresenta uno dei due strati sui quali sono innestati i brani di “Colours Yet To Be Named”, fermo restando l’altro costituito dal certosino artigianato di Wratten nella ricerca di melodie lievi e scorrevoli. Come binari che corrono paralleli, i due strati si svolgono in maniera apparentemente separata, con le parti cantate (da Anne Mari Davies più che dallo stesso Wratten) a ricondurre a unità armonica profondamente le schegge di suono, talora disorganico, prodotto dalle macchine. È la ricerca, quanto mai necessaria, di umanità e bellezza, riassunta in maniera magistrale nel verso forse più rappresentativo dell’intero lavoro: “Melody amid such cruelty / Beauty where it has no right to be”.

La melodia (e, in fondo, l’amore) prevale alla fine su tutto, costruendo canzoni di fragile dolcezza su vibrazioni che si ricorrono in danze circolari (“Inner Heat”, l’ipnotico mantra di “Opaque Retreat”) o su echi decompressi ai limiti della percezione (le sospensioni di “Blue Traces” e le frequenze ovattate di “The No-Sound Of Falling Snow”, emblematica fin dal titolo). Lo fa a tal punto che dall’accogliente torpore che avvolge buona parte dell’album affiorano via via gemme di preziosa introspezione, a tratti anche più strutturate negli elementi che le compongono, come a unire i due piani che lo compongono in alcune canzoni pienamente organiche. La sorprendente solarità – pur sempre intrisa di nostalgia – della vivace “Every Flame A Sunset” fa così da contrappunto alla delicatezza sognante di “The Quiet And The Confusion”, scandita da arpeggi acustici, che emergono in primo piano nell’incantevole “Addicere”, che fin dal suo titolo in latino palesa l’essenza della poetica matura di Bobby Wratten, riflessiva come non mai verso un mondo esterno in progressiva erosione, e come sempre rivolta a un’introspezione consapevole, che si misura con desideri, perdite e assenze con un sereno distacco, tuttavia distante anni luce da indifferenza e apatia.

Anzi, è proprio questa poetica a rendere, ancora una volta, straordinariamente toccante anche questo nuovo capitolo di Lightning In A Twilight Hour, meno immediato ed esplicito nei suoi contenuti rispetto al precedente ma non meno significativo di un percorso creativo senz’altro coerente con i decenni di musica prodotta da Bobby Wratten, la cui endemica nostalgia adesso trova forse semplicemente una manifestazione adeguata alla sua dimensione personale attuale e a quella di chi continua a essere toccato nel profondo dalla sua musica. Perché, oggi più che mai, non si può smettere di amarla e apprezzarla ancora di più, nel suo essere non fuori dal tempo, ma nel proprio tempo del cuore, del quale nonostante il trascorrere degli anni non smette di ricercare e di raccontare sfumature ogni volta nuove e mutevoli, ogni volta tutte da scoprire.

https://elefant.com/bands/lightning-in-a-twilight-hour

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