music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

zachary_cale_dusklandZACHARY CALE – Duskland
(No Quarter, 2015)

In dieci e più anni di attività onesto artigiano della canzone, Zachary Cale ha scandagliato la propria biografia personale, atteggiandosi a cantore solitario di vari livelli di introspezione. Adesso, al primo disco pubblicato da un’etichetta di una certa levatura, dopo una lunga serie di autoproduzioni, cassette ed edizioni a tiratura limitata, l’artista originario della Lousiana ma newyorkese d’adozione ha deciso di rivolgere il proprio sguardo all’esterno, immergendo la propria poetica in un paesaggio, sospeso tra reale e immaginario.

Nelle nove tracce di “Duskland”, l’estroflessione di Cale, comunque intrisa di simbolismo e di metafore, è accompagnata da un articolato ventaglio strumentale, che conferisce una varietà di sfumature a canzoni che pure nascono dalla semplice interazione di voce e chitarra acustica o elettrica. È come se la decina di musicisti che accompagnano Cale nel lavoro si fosse dedicata in qualche modo a riempire gli spazi inevitabilmente lasciati vuoti dalla sua scrittura, applicata a orizzonti estremamente ampi, nei quali tuttavia la solitudine tematica di molti dei testi non si smarrisce, anzi affiora in contrasti ancora più stridenti.

Mentre una piccola orchestra di organi, fiati e percussioni completa con arrangiamenti variopinti le canzoni di “Duskland”, che tuttavia non per questo appaiono affatto sovrabbondanti. Anzi, l’essenzialità permane tratto espressivo caratteristico di Cale, poiché a fronte della più densa grana elettrica di brani quali l’iniziale “Sundowner” e di “Changing Horses” e delle morbide linee sintetiche che si affacciano in “Blue Moth” e in “Evensong”, la maggior parte delle canzoni mantiene intatta una dimensione intima e ovattata, amplificata da cadenze sfumate e dai naturali riverberi degli ambienti di registrazione. Affiorano così raffinate reminiscenze dylaniane tra le note del pianoforte di “I Left The Old Cell” e istantanee di sommesso lirismo, appena rivestite di sfumature bucoliche, nelle ottime “Dark Wings” e “I Forged The Bullet” e nella lunga ballata acustica finale “Low Light Serenade”.

Mutano dunque i contesti, ma non l’attitudine di Zachary Cale, che in paesaggi esteriori non meno crepuscolari di quelli raccontati al chiuso della sua stanza continua a dispensare validi lampi della sua sensibilità poetica da outsider del cantautorato americano, classico ma quanto mai aperto a declinazioni personali.

http://zacharycale.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 25 agosto 2015 da in recensioni 2015 con tag , , , , , , .
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