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suggestioni musicali a cura di raffaello russo

storie d’artista: MARISSA NADLER

MARISSA NADLER: incantesimi nella polvere

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Quando Marissa Nadler si affacciò alla produzione discografica con “Ballads Of Living And Dying” nel 2004, la sua figura poteva essere facilmente accomunata a una delle tante voci che in quel periodo stavano delineando la rinascita del cantautorato folk al femminile.

Benché l’originario profilo artistico e gli stessi punti di riferimento formativi della Nadler si collochino senz’altro nell’alveo di quella tradizione, le sue naturali doti espressive di mezzo soprano e la stesso percorso seguito nel corso di una carriera ormai decennale inducono ad affrancarla dall’inclusione in “scene” o anguste strettoie definitorie. Nell’album di debutto, il caldo picking acustico, non privo di accenni di visionaria ritualità, e la sua estensione vocale intrisa di magia sono infatti ammantati da una sottile patina di polvere, che su una scrittura già popolata da allegorie e riferimenti naturalistici effonde sfumature seppiate, fuori dal tempo come e sospese tra reale e immaginario al pari dello storie narrate. Le ardite citazioni letterarie di Neruda e Poe si intrecciano così a “murder ballads” scritte di proprio pugno da un’artista all’epoca poco più che ventenne ma niente affatto timorosa nel confrontarsi con tematiche di evocativo misticismo, né con termini di paragone impegnativi che abbracciano Joni Mitchell, Sibylle Baier e Hope Sandoval. Sì, perché fin dall’inizio nelle corde di Marissa Nadler non c’è solo l’attitudine di folksinger capace di ballate raffinate e vibranti ma anche quella di musa di incanti sospesi tra sogno e tenebra, alimentati da fondali sonori nei quali compaiono tastiere, synth e chitarre elettriche suonate con l’archetto.

L’interesse della Nadler per soluzioni distanti dai canoni folk tornerà in seguito sotto forma di sofisticate tentazioni dream-pop e country, quando anche la sua estetica risentirà di una transizione a colori più vivaci e di una levigatezza non del tutto confacente al leggiadro fascino del primo, prolifico periodo della sua carriera (tre dischi in quattro anni). La cantautrice nativa di Washington si attesta invece su un’iconografia bucolica, dalle lunghe chiome e dagli ampi vestiti a fiori, del tutto coerente con l’accentuazione dei profili folk di “The Saga Of Mayflower May” (2005) e “Songs III: Bird On The Water” (2007), anche grazie al contributo, rispettivamente, di Nick Castro (flauto e pianoforte) e Greg Weeks, che cura la produzione del terzo disco, al quale partecipano anche Jesse Sparhawk, Helena Espvall e Orion Rigel Dommisse.

È indubbiamente questo il periodo più florido – e quello dalla maggiore definizione stilistica – della Nadler, che da un lato mantiene il carattere istintivo di un songwriting costituito da un cromatismo dai ricorrenti contenuti simbolici e dall’altro decanta in maniera raffinata le suggestioni da narratrice di visioni al tempo stesso incantate e spettrali. La disarmante naturalezza dell’arcano folk supportato da aperture melodiche travolgenti di “The Saga Of Mayflower May” e la maturazione nella scrittura e nell’articolazione delle ballate di “Songs III: Bird On The Water” sintetizzano al meglio la dimensione artistica di una suadente interprete folk, che di tutta evidenza non si accontenta di meri omaggi contemplativi della tradizione.

marissa_nadler_2Così, Marissa Nadler comincia a mutare pelle nella stessa misura in cui cambia vita, in un peregrinare lungo la East Coast tra Rhode Island e Massachusetts, dove è cresciuta e risiede. In “Little Hells” (2009) i fantasmi evocati in passato si materializzano in canzoni che alle sinuose evanescenze prediligono melodie concrete, le cui tinte tenebrose portano a distinguere con precisione quanto prima era sfocato: amanti di carta e ancora spettri, solitudini private e racconti di un terrore appena esorcizzato si susseguono in una galleria omogenea dal punto di vista delle atmosfere complessive, ma come non mai variegata dal punto di vista del suono. La cesura con il prevalente immaginario folk comincia a farsi evidente, a partire dalla produzione affidata a Chris Coady (al lavoro tra gli altri con Grizzly Bear, TV On The Radio e Yeah Yeah Yeahs), che oltre a una generale accresciuta definizione dei contorni sonori apporta ritmiche e arrangiamenti più articolati, che sfociano persino in un paio di passaggi dominati da tastiere e drum machine, gestiti con la consueta classe ma sostanzialmente estranei agli orizzonti espressivi della Nadler. Si tratta, sicuramente, di una prova dell’eterogeneità degli interessi dell’artista, che l’anno successivo spiazza ancor di più facendo da backing vocals nell’ultimo disco della band black-metal Xasthur.

Il ritorno a se stessa arriva poco dopo (2011), in seguito a un breve periodo di isolamento artistico e personale, reso emblematico dalla scelta, conseguente all’interruzione dei rapporti con la sua ultima etichetta, di autoprodurre il disco successivo, finanziato attraverso una raccolta di fondi tra i fan e non a caso intitolato semplicemente a proprio nome. A dispetto delle tinte più accese della copertina, si tratta di un disco alquanto opaco, che da un lato lascia defluire le velleità sperimentali palesate nel biennio precedente, mentre dall’altro depotenzia l’aura da ammaliante sacerdotessa della Nadler. Le sue interpretazioni si trasformano poco più che in voce narrante, talora persino distaccata, di storie sentimentali patinate, soltanto rifinite da un alone retrò che appare frutto di una mera operazione di “restauro” di un country d’annata, appena cosparso da flebili residui di morbida psichedelia; l’impronta dell’artista è ancora riconoscibile, ma quel quid che la rendeva speciale sembra essere svanito o quasi.

La smentita ai timori che la magica potenza espressiva della cantautrice ormai stabilitasi a Boston si sia inaridita arriva invece ben presto, con “The Sister” (2012), lavoro che fin dal titolo può considerarsi direttamente imparentato con il predecessore. Nelle sue otto ballate, la narrazione appare forse meno ambiziosa dal punto di vista stilistico ma decisamente più concentrata su una sostanza che torna a farsi tanto densa quanto spoglia. Recuperando l’essenza di un picking nuovamente predominante, con un’unica pregevole eccezione al pianoforte, sulle corde della sua chitarra la Nadler ritrova il contesto congeniale alle sue doti interpretative e alla capacità della sua poetica di delineare con pochi tratti caratteri definiti e immagini efficaci.

Tale incoraggiante recupero delle proprie origini riapre ora Marissa Nadler al mondo, attraverso un’etichetta, una produzione esterna e le rinnovate ambizioni, nel recente “July“, di cantrice folk innamorata del mistero di un altrove atemporale.

(pubblicato su Rockerilla n. 402, febbraio 2014)

http://marissanadler.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 20 marzo 2014 da in storie d'artista con tag , , , , , , , .
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