music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

marika_hackman_we_slept_at_lastMARIKA HACKMAN – We Slept At Last
(Dirty Hit, 2015)

Di questi tempi frenetici, colpisce in maniera particolare l’evenienza che il debutto di un’artista poco più che ventenne sia circondato da attesa e da un elevato grado di aspettative. Tale attenzione non stupisce, né tanto meno appare ingiustificata, nel caso di Marika Hackman, già impostasi nelle agende degli appassionati del cantautorato al femminile attraverso quattro Ep realizzati nel corso dell’ultimo biennio, che le erano valsi, tra l’altro, una lunga attività dal vivo accanto a Laura Marling. Proprio al pari di quest’ultima, alla quale è accomunata anche dagli inizi in giovane età, la Hackman appare una vera e propria predestinata. E le dodici nuove canzoni di “We Slept At Last”, assistite dall’importante produzione di Charlie Andrew (Alt J, Eugene McGuinness), non fanno che confermare le importanti credenziali della ventitreenne inglese, le cui qualità sono condensate in una rassegna di canzoni di suadente fragilità e delicata forza espressiva.

Quello che immediatamente colpisce in “We Slept At Last” è la consapevolezza da parte della giovane inglese dei propri mezzi, che si manifesta nella naturalezza delle sue interpretazioni, applicate a un elegante ventaglio di contesti e soluzioni sonore.  Non è il folk l’ambito d’elezione della Hackman, o almeno non lo è nel senso proprio e tradizionale, nonostante tra i primi elementi che colpiscono del lavoro vi sia la gentilezza del tocco sulle corde della chitarra acustica; “We Slept At Last” appare piuttosto il frutto della ricerca di un proprio peculiare linguaggio da parte dell’artista inglese, conseguita con successo e definita, in coerenza con titolo e copertina, in un immaginario dal fascino tenebroso, permeato da grazia essenziale ma efficacemente espressiva.

Anche a quanti non ne avessero intercettati i precedenti Ep può essere sufficiente il binomio d’apertura “Drown”-“Before I Sleep” per addentrarsi immediatamente nell’universo della Hackman, trasognato, umbratile, visionario e percorso da folate invernali, ma anche riscaldato dalla sua voce austera e sottile e plasmato da semplici risonanze nebbiose e filigrane acustiche, che si aprono ad ariosi arrangiamenti d’archi. Non vi sono, infatti, sole penombre sospese nella tavolozza della Hackman, che nel corso del lavoro dispensa una serie di istantanee, concise ma compiute (nessuno dei brani supera i quattro minuti di durata), di volta in volta colorate di accenti pop persino vivaci (“Ophelia” e “Animal Fear”, dal passo ritmico tropicaleggiante) o avvinte in sospensioni misteriose (“Undone, Undress”, “In Words”).

Anche quando la produzione la costringe ad elevare il tono setoso delle sue interpretazioni (“Open Wide”) la songwriter inglese riesce a non disperdere la propria spontaneità, che tuttavia mostra di esplicarsi al meglio quando è lasciata libera di scandire tempi e sfumature delle canzoni, come avviene quando imbraccia una chitarra acustica e dispensa armonie di austera eleganza, come in “Skin”, nella scarna ballata dalle reminiscenze francesi “Claude’s Girl” e nella conclusiva “Let Me In”, quanto di più vicino a una folksong il lavoro possa contenere.
Al di là di sparuti passaggi di invadenza produttiva, la peculiare attitudine espressiva di Marika Hackman stupisce per come riesce ad affascinare senza ammiccamenti, ma con la naturale freschezza di armonie delicate e asciutte, che accolgono morbidamente in un microcosmo di introspezione incantata, dal quale – c’è da scommetterci – potranno provenire molte altre gemme preziose come quelle di “We Slept At Last”.

http://marikahackman.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 17 febbraio 2015 da in recensioni 2015 con tag , , , , , , .
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