music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

barna_howard_quite_a_feelinBARNA HOWARD – Quite A Feelin’
(Mama Bird, 2015)

Tre anni orsono, un album omonimo costruito esclusivamente sul picking acustico e sul timbro vocale antico del suo autore, aveva rivelato le straordinarie doti espressive di Barna Howard, songwriter con il cuore senz’altro rivolto ai classici country-folk ma dotato di una personalità in grado di farlo spiccare anche nel frenetico contesto artistico odierno.

Una tale lusinghiera credenziale costituisce al contempo una gravosa pietra di paragone per il successore di quell’esordio che, una volta evaporatone l’effetto sorpresa, potrebbe invece indurre a liquidare superficialmente “Quite A Feelin’” quale una semplice replica di quanto già in precedenza manifestato. Certo, la formula rimane sostanzialmente inalterata (né del resto si sarebbe potuto pretendere altrimenti), tuttavia è sufficiente addentrarsi appena nelle nuove canzoni del cantautore del Missouri trapiantato a Portland per cogliervi nuovamente l’autenticità della narrazione, questa volta particolarmente radicata nella sua biografia di artista della provincia americana, quella appunto che da sempre ha costituito terreno fertile per le storie, intrise di polvere, bourbon e tabacco, dei cantori country-folk.

Anzi, se proprio vuole cogliersi una differenza espressiva in “Quite A Feelin’” rispetto al predecessore, questa può rilevarsi nell’ulteriore “radicalizzazione” della formula, come se Barna Howard nella sua redazione abbia spostato lo sguardo da Dylan a Townes Van Zandt, ispessendo il proprio timbro attraverso accenti sudisti e più esplicitamente country, che si saldano con la misurata produzione di Adam Selzer. Ne risulta una sequenza di istantanee in seppia, i cui accenti tradizionali rifuggono tuttavia facili stereotipi attraverso un pathos mai scontato, veicolato ancora dalla semplice interazione di voce e chitarra e appena rifinito da arrangiamenti deputati a conferirvi profondità spaziale (“Bitter Side Of Blue”, “Pull Us Back Or Wind Us Up”) ovvero un esplicito ancoramento country-folk (“Whistle Show”).

Se anche in “Quite A Feelin’” non si colgono a un primo ascolto brani dall’immediatezza disarmante quali erano, nel debutto, “I Don’t Fall Much, Anymore” o “Promise, I Won’t Laugh”, basta davvero poco per capire come Barna Howard sia ben distante dal voler “vivere di rendita” (quale rendita, poi??), ma nell’occasione applichi il suo lirismo a una serie di racconti e immagini tanto autentiche e nettamente definite da avere soltanto l’unico “torto” di non essere appetibili al frettoloso palato indie. Nelle varie “Indiana Rose”, “Hands Like Gloves” e nella stessa title track ci sono sostanza e poesia, disincanto e consapevolezza di un’America scomparsa ma eternamente scolpita nelle immagini e nella memoria, anche attraverso canzoni come quelle che in Barna Howard continuano a trovare l’erede prediletto di una tradizione che non conosce tempo né imitazione ma solo un interprete dalla forte personalità attuale.

*disco della settimana dal 18 al 24 maggio 2015


https://www.facebook.com/barnahoward

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Questa voce è stata pubblicata il 18 maggio 2015 da in recensioni 2015 con tag , , , , , , .
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