music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

julien_baker_sprained_ankleJULIEN BAKER – Sprained Ankle
(6131 Records, 2015)

Non ci si lasci ingannare dall’aspetto ancora adolescenziale ritratto sulla copertina, né dalla basilare formula incentrata su voce e chitarra prescelta per raccontare storie impregnate delle tenebrose profondità dell’animo che non ci si aspetterebbe, appunto, da una ragazza che compie vent’anni nello stesso periodo in cui pubblica il suo disco di debutto: “Sprained Ankle” non è l’esordio di una timida voce femminile da cameretta, ma il distillato di un’introspezione tagliente, frutto di una sorprendente combinazione di forza e fragilità.
Ne è autrice Julien Baker, songwriter giovanissima ma con già alle spalle l’esperienza di una band (gli oscuri Forrister), a margine della quale la ragazza di Memphis ha cominciato a scrivere una manciata di canzoni tanto personali da non poter trovare contesto più adeguato di un disco integralmente solista, plasmato da austere trame chitarristiche e dalla sua voce densa e vibrante, sempre come sul punto di spezzarsi in un piano o in un grido disperato.

I nove brani di “Sprained Ankle” rivelano così il profilo di un’autrice già estremamente matura, della quale la sequenza delle canzoni descrive una sorta di linea evolutiva da un punto di vista sia emozionale che espressivo. L’incipit “Blacktop” è infatti ancora timido e dimesso, con pochi placidi arpeggi a sostenere la tremula interpretazione della Baker, e la stessa title track seguente è puntellata di morbide risonanze di corde elettriche singolarmente pizzicate, che con semplicità danno luogo a un’ambience ovattata, raccolta, persino sognante. La personalità decisa della Baker comincia però ben presto a esprimersi al culmine della terza traccia “Brittle Boned”, le cui stratificate armonie chitarristiche vengono scosse da ruvidi spasmi distorti.

Benché le canzoni di “Sprained Ankle” non seguano schemi affatto definiti, da questo punto in poi si coglie una tensione latente, che per liberarsi non necessita nemmeno di veri e proprio crescendo o di strutture compositive incrementali, ma viaggia semplicemente sul vibrato di Julien Baker, in un’alternanza acustico-elettrica senza iati (“Everybody Does”), anche quando in apparenza diluita in ambientazioni eteree ottenute da effetti a pedale (“Good News”, in vago odore di Radiohead nella sua parte iniziale). Non solo lo scarno contesto sonoro dei brani risulta tanto coeso quanto vario, ma le stesse interpretazioni della giovane songwriter del Tennessee colpiscono per forza e duttilità, applicandosi con la medesima naturalezza a inarcamenti alti ed esulcerati (“Rejoice”), a sospensioni in penombra che lasciano trasparire la dimensione intima della loro creazione (“Vessels”) e anche alla conclusiva palpitante ballata pianistica “Go Home”.

Delicatezza e pathos, spigoli e velluti, disarmante schiettezza e controllata inquietudine convivono in “Sprained Ankle” in un equilibrio maturo e fortemente espressivo, che non può lasciare indifferenti, per motivi che vanno ben oltre la giovane età di un’artista nella quale possono già scorgersi i caratteri della predestinazione.

https://www.facebook.com/julienrbaker

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Questa voce è stata pubblicata il 28 ottobre 2015 da in recensioni 2015 con tag , , , , , , , .
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