music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

MOLLY – All That Ever Could Have Been
(Sonic Cathedral, 2019)

Se gli echi di estetiche connesse a stili di venti e più anni fa possono oggi apparire recessive e le proposte che ne professano la discendenza risultano spesso improntate all’emulazione, a confutare entrambi simili pregiudizi può essere sufficiente la prolungata boccata di rarefatta aria montana del debutto sulla lunga distanza del duo austriaco MOLLY. I suoi due componenti Lars Andersson e Phillip Dornauer si erano già segnalati nell’ultimo triennio con un paio di Ep, dai quali traspariva una condivisione artistica ben più personale ed estesa rispetto alla mera riproposizione di codici espressivi pur affascinanti ma che ormai, almeno singolarmente, hanno da tempo esaurito la loro spinta propulsiva.

Le valide premesse intraviste in “Sun Sun Sun” e “Glimpse” (2017) sono decisamente amplificate in “All That Ever Could Have Been”, sotto il piano non solo della durata ma soprattutto dell’articolazione di una proposta musicale che si rivela presto ben più ricca rispetto alle semplici coordinate di genere. Che vi sia molto di più nello spettro espressivo dei MOLLY rispetto alle chitarre effettate dei My Bloody Valentine e alle progressioni del post-rock più canonico appare evidente fin dal monolite di un quarto d’ora che apre il lavoro: “Coming Of Age” funge già da ideale manifesto della personalità della band, che sviluppa con lenta gradualità controllati crescendo di tensione definiti da una combinazione di chitarre, ritmiche e pianoforte, sospesa in un’atmosfera rarefatta e sognante. Ai riferimenti di partenza si aggiungono così elementi slow-core ed eterei paesaggi nordici che non possono evitare di far correre la mente ai Sigur Rós più affascinanti, il tutto completato da un accurato dosaggio di melodie che trovano il loro ideale corrispettivo in non meno evanescenti parti vocali.

La palpitante fragilità delle melodie fa appunto da contraltare a una grana elettrica a tratti pronunciata, in particolare negli espliciti vortici shoegaze della title track e nei pur robusti languori di “Weep, Gently Weep”, tuttavia in prevalenza diluita in aperture aeree più o meno espanse e rallentate (“Vogelnest”, “As Years Go By”). Con l’eccezione dei tre minuti e mezzo della delicata “Slowly”, tutti i brani si attesta su durate significative, senza tuttavia ricadere mai nella magniloquenza o, peggio, nella prolissità spesso comune a dischi dalle radici musicali affini.

Il duo costruisce infatti con estrema gradualità scenari di coinvolgente pathos, non aderendo a nessuna in particolare delle proprie palesi ascendenze ma reinterpretandole con sensibilità tutta propria, niente affatto aliena dalle suggestioni dei paesaggi di alta montagna respirati quotidianamente. “All That Ever Could Have Been” smentisce così con estrema naturalezza non solo i pregiudizi “di genere”, ma anche il suo stesso titolo, rifuggendo la semplice nostalgia e promettendo fin d’ora ulteriori orizzonti sonori di rigenerante meraviglia.

http://wearemolly.com/

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