music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Closer To The Snow

PLANTMAN – Closer To The Snow
(Cathedral Transmissions, 2010)

Ci sono cose che non hanno tempo né età, che si materializzano dove e quando meno si potrebbero attendere; imprevedibili, eppure immutabili nelle loro cicliche manifestazioni. Che si tratti di sentimenti o di “semplici” canzoni pop, il discorso può essere valido per pochi ma importanti argomenti ma, quando le congiunzioni astrali trasformano quell’alchimia in realtà, ogni volta è incanto, ogni volta è stupore di fronte al quale strabuzzare gli occhi prima di capire che, sì, è accaduto di nuovo, che c’è ancora qualcosa in grado di smuovere e carezzare gli animi più recettivi a farsi catturare da quella magia.

Lasciando ad altri contesti l’analisi delle particolari dinamiche psicologiche che presiedono a questi eventi, l’inattesa magia in questione è un piccolo disco proveniente dal nulla, un germoglio fiorito tra i nebbiosi paesaggi ferroviari i cui contorni sfumati sono ritratti sulla copertina di “Closer To The Snow”, album di debutto degli inglesi Matt Randall e Adam Radmall, pubblicato in sole trentacinque copie (postilla squisitamente personale: il vostro recensore ha investito una mezza fortuna per procurarsene una) dalla Cathedral Trasmissions. E qui, alla piacevolezza della scoperta, si aggiunge lo stupore del contesto: se infatti nei suoi quasi due anni di attività, l’etichetta aveva nettamente delineato il proprio profilo circoscrivendo il suo campo di interesse a produzioni ambientali, elettroacustiche o autodefinite “semi-classiche”, “Closer To The Snow” è un album essenzialmente pop o comunque un disco di canzoni come mai la Cathedral Transmissions ne aveva realizzati. Il modesto epos che accompagna la pubblicazione del disco narra infatti che i responsabili dell’etichetta non abbiano saputo resistere al demo sottoposto loro dai due musicisti e che quindi abbiano deciso di trasformarlo in un’uscita ufficiale, senza curarsi minimamente della coerenza col resto del loro catalogo.

Con numi tutelari quali Go Betweens, Durutti Column e il catalogo della Sarah Records ben custodito nei loro scaffali dei dischi, Randall e Radmall (entrambi attivi anche nei Beatglider, band che si presenta come “Sonic Youth duelling with Slowdive”) hanno raccolto in questo loro debutto sotto il nome di Plantman la bellezza di diciassette tracce che affondano a piene mani nel pop inglese più fluido e raffinato, senza tuttavia disdegnare la ricerca di un’articolata patina sonora, che ammanta i loro brani di frammenti acustici, arrangiamenti a base di piano, organo e glockenspiel e, in generale, di un’aura leggera, trasognata e sottilmente malinconica.

Ne risultano brani di spoglia bellezza e disarmante fragilità, agili distillati (solo uno sfora di poco i quattro minuti di durata) di melodie limpide e narrazioni disadorne ma traboccanti della sensibilità più adeguata per dipingere con delicate tinte pastello quadretti di ordinaria introspezione. Gli spettri di solitudini, assenze, attese e prolungati intorpidimenti sentimentali si avvicendano quasi senza soluzione di continuità tra le tracce di “Closer To The Snow”, rinnovando per l’ennesima volta l’inscindibile legame tra sofferenza e musica pop reso paradigmatico dai romanzi di Nick Hornby.

“Love is a passing ship that wakes you up” cantano, tra l’altro, i Plantman in un disco lieve, di trasognata ebbrezza, mai stucchevole, nonostante le ricorrenti tematiche amorose. Sarà per le chitarrine leggermente jangly, per i giocosi tocchi di glockenspiel, per le percussioni sfumate, per le ovattate note d’organo, o ancora per il cantato etereo e ipnotico, ma l’album si tiene a distanza di sicurezza da rischi di sfociare nel melenso, coniugando anzi rigore e genuinità espressiva in tanti bozzetti melodici, alcuni dei quali contagiosi come solo il pop di miglior fattura sa essere. Fin troppo facile lasciarsi accarezzare dalle note acustiche di “Silver Stream” e “Passing Ships”, così come condurre per mano nel passo obliquo di “Flame” e “Ancient Grey”, miniature perfette il lavorio chitarristico sotteso alle quali riecheggia le opache contemplazioni rurali degli Hood, soltanto calate in un contesto mai così improntato alla sintesi di una scrittura pop raccolta e autunnale.

Superata la sorpresa iniziale, potrà essere piacevole farsi conquistare dalla sequenza di canzoni di “Closer To The Snow”, morbide e accoglienti come le coperte rimboccate per proteggersi dall’ultimo freddo della stagione, al riparo dalle tempeste del cuore e dalle nebbie che soffondono il paesaggio. Provateci, perché se è probabile che molti non saranno toccati dalla malinconica grazia pop dei Plantman, l’importante è che alcuni potrebbero anche amarla.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 6 marzo 2011 da in recensioni 2010.
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