music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

christine_owman_little_beastCHRISTINE OWMAN – Little Beast
(Glitterhouse, 2013)

Il timbro inconfondibile di Mark Lanegan, che duetta con lei in due dei dieci brani di “Little Beast”, potrà verosimilmente agevolarne la diffusione ma non è certo l’unico elemento di interesse del nuovo album di Christine Owman.

Fedele alla sua espressione priva di compromessi, l’artista svedese anche nel terzo lavoro a proprio nome sulla lunga distanza (questa volta pubblicato dall’importante Glitterhouse, dopo che i precedenti due erano usciti per l’etichetta personale Revolving) racchiude nuovi tentativi di equilibrio di una dicotomia espressiva in bilico tra un obliquo folk acustico e una vocazione sperimentale che si sostanzia in una serie di dissonanze, riverberi e schegge di rumore sintetico.

Si tratta, in fondo, soltanto di forme parzialmente diverse nelle quali l’artista manifesta l’inquietudine di una scrittura niente affatto convenzionale, a partire dall’impianto strumentale impiegato. Se infatti ovattate note di ukulele sono sufficienti a sorreggere il brano più essenziale del lotto (“Day 1”) e soffuse cadenze jazzy virate in seppia il primo dei duetti con Lanegan (“One Of The Folks”, quasi una torbida riduzione di quelli con Isobel Campbell), sono in prevalenza le torsioni rumoriste del violoncello, sovente percorse da abrasive pulsazioni elettroniche, a sorreggere i saggi (dis)armonici di una scrittura sospesa tra sogno e incubo, tra melodie eteree (“Fear & The Body”, la fosca conclusione “Your Blood”) e spigolose dissonanze sintetiche (“Deathbead”).
In entrambi i casi, il cantato della Owman permane tuttavia evocativo e spettrale, mantenendo con la sua timbrica asciutta sempre alta la tensione di brani pervasi da cupo fascino, le cui diverse anime trovano perfetta sintesi nell’altro brano cantato insieme a Lanegan, “Familiar Act”, che in appena tre minuti e mezzo condensa lo spettrale camerismo del violoncello con le cupe dell’intreccio vocale.

Opera “difficile” e sicuramente non banale nel suo caleidoscopio di sfaccettature, al di là di una certa incompiutezza nelle sue parti più sperimentali, “Little Beast” riporta comunque alla ribalta un’artista che, dopo tante collaborazioni, si dimostra capace di catturare l’attenzione attraverso brani incentrati su contrasti in apparenza irriducibili, che come tali li rendono maggiormente appetibili, più che per gli estimatori del semplice cantautorato al femminile, per quelli degli intricati puzzle sonori post-moderni.


http://christineowman.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 19 gennaio 2013 da in recensioni 2013 con tag , , , , , , , .
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