music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

doc050.11298v2DAMIEN JURADO – Brothers And Sisters Of The Eternal Son
(Secretly Canadian, 2014)

Può essere sfuggito forse solo a chi guarda superficialmente a quello del cantautorato quale ambito arroccato nella conservazione che, in oltre quindici anni di attività e dieci album, Damien Jurado è ben distante dallo stereotipo dell’artista impegnato nella perenne ripetizione di se stesso.
Certo, non va negato che alcuni dei suoi dischi più riusciti, da “Ghost Of David” a “Caught In The Trees” passando per “Where Shall You Take Me?”, si collochino con decisione intorno a una formula di chitarra, voce e poco che affonda le proprie radici nella tradizione, tuttavia il maturo songwriter di Seattle ha sovente manifestato grande curiosità per soluzioni di arrangiamento più varie e ampie, nonché per gli eterogenei linguaggi dell’elettronica.

Non deve dunque meravigliare più di tanto ritrovarlo nei dieci brani di “Brothers And Sisters Of The Eternal Son” in una veste in apparenza più sgargiante – fin dalla copertina – ma in fondo non del tutto incoerenti con quanto prodotto in una lunga carriera alla quale sono stati tributati onori senz’altro inferiori ai suoi meriti.
È vero, nel nuovo disco l’immaginario delle highway desertiche, della solitudine e dei grandi spazi desolati passa decisamente in secondo piano di fronte a interpretazioni visionarie di una trascendenza dai contorni fantascientifici, pur osservata con i piedi ben saldi per terra. Eppure, tra ritmiche asciutte e tastiere talora tanto invasive da implicare una significativa elevazione del tono semi-baritonale di Jurado, permane una sostanziale linea di continuità – o quanto meno di coerenza – con il passato, a partire dalla produzione, affidata per la terza volta consecutiva a Richard Swift.

Sotto la coltre sottilmente acida che riveste di riflessi argentei i caratteri tratteggiati nel corso del lavoro, permangono infatti semplici accordi acustici, in funzione di abbrivio anche dei brani maggiormente dominati dalle tastiere, e note di pianoforte che rispolverano ballate umbratili quale ad esempio “Metallic Cloud”. In fondo, chitarra e voce permangono rifugi confortevoli, in particolare nella parte conclusiva dell’album (“Silver Katherine” e “Silver Joy”), nei quali Jurado si mostra pur sempre ben più a proprio agio di quanto non avvenga negli episodi più ridondanti, che finiscono per soffocare sotto una patina di rilucente rigidità il suo scorrevole lirismo.

In fondo, è più o meno la stessa sensazione suscitata dalle derive elettriche che avevano tangenzialmente attraversato la discografia di Damien Jurado, soltanto che in questo caso in luogo di un’impronta rock circa metà delle tracce recano un ancor più incongruo taglio di psichedelia sci-fi, che pure disperde solo in parte la poetica di un artista, comunque, tanto più efficace quanto meno appariscente.

http://www.damienjurado.com/

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