music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

intervista: SCOTT MATTHEW

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Dopo un inizio di carriera al ritmo di quasi un disco all’anno, “This Here Defeat” è il tuo primo disco di materiale originale in quattro anni. È cambiato qualcosa nel tuo modo di approcciarti alla scrittura?

Il mio approccio non è poi cambiato così tanto, ma sentivo il bisogno di prendermi il tempo necessario per comporre le mie canzoni finché non ne fossi completamente soddisfatto. Non ho avuto alcuna pressione, così mi sono rilassato e ho solo pensato a scrivere ciò che veramente avrei voluto scrivere. Anche il fatto di aver fatto uscire un disco di cover nel frattempo mi è stato molto d’aiuto, sia per prendermi i miei tempi che dal punto di vista della scrittura originale.

Per ciò che riguarda “Unlearned”, il tuo album di cover, alcune scelte sono state molto particolari. Non hai pensato potesse essere un’operazione rischiosa per un songwriter sulla via dell’affermazione?
Tutte le canzoni che ho scelto mi hanno comunicato qualcosa e continuano a parlarmi direttamente. Anche se possono essere sorprendenti, hanno un senso preciso per me, sono relazionate a un tempo o un luogo della mia vita, hanno qualche legame con me, fosse anche solo il fatto che amo i loro testi o le melodie. Sentivo, mentre le interpretavo, di essere sempre me stesso, anche se le canzoni provengono da ambiti diversi e lontani. È stato molto divertente, perché amo moltissimo fare cover e avrei voluto fare un album di cover da subito, ma ho dovuto aspettare il momento giusto, essere un po’ più affermato come songwriter per poi potermi sentire quasi autorizzato a farlo.

Nel nuovo disco compare per la prima volta una chitarra elettrica: sei interessato a sperimentare sonorità diverse rispetto a quelle dei tuoi primi album?
Nell’arrangiare questo album ci siamo posti il problema di espandere un po’ il nostro “universo”, ma non volevo essere drastico nel cambiamento, non volevo fare un album che fosse il contrario di tutto ciò che avevo fatto fino ad adesso. Semplicemente cercavo un’evoluzione e ho pensato che l’uso della chitarra elettrica andasse in questa direzione. Abbiamo usato molto la chitarra elettrica in questo album, ma abbiamo anche fatto più uso della batteria e inserito un po’ di suoni elettronici, seppur in maniera molto sottile e non invadente.

Parlando del mood dell’album, se i primi brani sembrano per lo più malinconici, all’improvviso, dopo la title track, arriva un pezzo brillante come “Bittersweet” che sembra una canzone scritta per un musical…
È vero: specialmente il coro maschile nel finale sembra un musical, qualcosa che si sarebbe potuto ascoltare a Broadway negli anni trenta. Ma anche questa è una parte di me. Amo scrivere brani considerati tristi (anche se di solito non lo sono mai del tutto), sobri, malinconici, ma ammetto di sentire la responsabilità di dover inserire un po’ di luce da qualche parte e così arrivano brani come “Bittersweet”. Ho scritto quel brano mentre mi trovavo in Australia ed ero molto felice. Forse questo è il motivo per il quale è uscita una canzone del genere.

E che puoi dirci, invece, di “Ode”, la penultima canzone dell’album? Ho letto che è stata scritta per tuo nonno.
Quando mio nonno è morto non sono riuscito a tornare in Australia per il suo funerale e così ho deciso almeno di comporre un brano che potesse essere suonato durante la celebrazione. C’è anche una storia personale dietro il testo della canzone, della quale forse non dovrei parlare… mio nonno amava molto bere, ma per limitarsi beveva solo quando il sole calava. Così aveva collegato una lampada a un timer e, appena questa si accendeva, poteva incominciare a versarsi un whisky. Quando è morto la mia famiglia era a casa sua e, all’improvviso, si è accesa la lampada, così i miei hanno cominciato a bere whisky davanti al suo corpo. Quando canto: “So the light, the light is on/ Let’s rise a toast to wit and charm” mi riferisco proprio a questo episodio, anche se potrebbe suonare metaforico.

“This Here Defeat” è prodotto da Jürgen Stark, un chitarrista con cui avevi già collaborato. Avevi lavorato con un produttore prima d’ora?
Avevo lavorato con Mike Skinner, un grande amico che non c’è più e a cui ho dedicato questo album, che mi faceva un po’ da produttore, ma questa volta Jürgen è stato così importante per il suono dell’album che mi sembrava giusto che fosse accreditato come produttore. Abbiamo collaborato molto, ma non vorrei che questo sminuisse i suoi meriti di produttore.

Che ci dici della copertina dell’album?
È un dipinto del pittore danese Vilhelm Hammershøi, attivo nella seconda metà dell’Ottocento. Ho scoperto i suoi quadri mentre lavoravo al disco e in qualche modo mi trasmettevano le stesse sensazioni che stavo provando scrivendo le canzoni. Forse è perché hanno qualcosa di misterioso. Chi li guarda deve tentare di comprendere cosa rappresentano. Questo li accomuna alle mie canzoni: io racconto delle cose, rappresento le sensazioni di un momento, ma sono gli ascoltatori a doverle interpretare e fare proprie. Mi sembrava un’immagine appropriata per l’album e adoro il fatto che Hammershøi dipingesse le persone di schiena, lo trovo molto particolare e moderno.

Hai inciso per la prima volta lontano da New York, a Lisbona. Come ti sei trovato?
Adoro Lisbona. È uno dei posti che preferisco al mondo e, circa cinque mesi prima di incidere “This Here Defeat”, ho inciso un album (non ancora pubblicato) in collaborazione con Rodrigo Leão, uno dei fondatori dei Madredeus. L’esperienza è stata così emozionate che ho pensato che sarebbe stato bellissimo provare a incidere a Lisbona anche il mio album. Credo che questo cambio di scenario si senta anche nel suono dell’album: mi sono sentito più libero e il suono che ne è scaturito è più fresco.

Cosa pensi del modo in cui attualmente la musica viaggia attraverso la rete? Pensi che possa giovare a un artista oppure che lo danneggi?
È un’arma a doppio taglio: può aiutare, ma naturalmente dal punto di vista economico finisce per danneggiare gli artisti. Diciamo che li costringe a puntare molto sui tour, il che è positivo. La rete può essere molto utile per dare a un artista visibilità e permettergli di guadagnare qualcosa attraverso i concerti. Non la demonizzo, ma non amo le piattaforme tipo Spotify, se devo essere sincero.

In effetti suoni molto dal vivo: ritieni che la dimensione live aggiunga qualcosa a quello che riesci a esprimere in studio?
Credo che suonare dal vivo aggiunga intensità. È un po’ come guardare la foto di un quadro o vederlo dal vivo. Di persona puoi apprezzare la trama, lo spessore delle pennellate. Cantare dal vivo è qualcosa di molto personale: ti metti a nudo davanti a una platea, molto più di quanto si faccia incidendo un album.

Nei tuoi tour tocchi spesso l’Italia: qual è il tuo rapporto con il nostro Paese e con il suo pubblico?
Adoro l’Italia e adoro Roma. I due posti al mondo che preferisco sono Lisbona e Roma. Ci verrei sempre. Quest’anno, purtroppo, farò una sola data a Milano, il prossimo 26 aprile.

Credi che valga ancora la pena, inondati da nuove canzoni ogni attimo, di scrivere canzoni pop?
Certamente! Il solo fatto che uno voglia scrivere una canzone e ne abbia la capacità è un buon motivo per farlo. Può essere soffocante il pensiero che il mondo sia saturato da troppe canzoni e troppi cantautori e che tu non possa trovare il tuo spazio, ma il tuo spazio è unico. Non devi misurarti con gli altri. Fai quello che vuoi fare e questa sarà una cosa valida. Sono fortunato che un po’ di persone ascoltino quello che scrivo, ma lo farei anche se nessuno ascoltasse. Bisogna prenderla con filosofia e fare sempre ciò che è meglio per la propria vita.

(in collaborazione con Francesco Amoroso – pubblicato su Rockerilla n. 415, marzo 2015)

http://www.scottmatthewmusic.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 30 aprile 2015 da in interviste con tag , , , , , , .
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