music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

small_feet_from_far_enough_away_everything_sounds_like_the_oceanSMALL FEET – From Far Enough Away Everything Sounds Like The Ocean
(Control Freak Kitten / Barsuk, 2015)

È ormai trascorso quasi un intero decennio quando si faceva un gran parlare dei “cowboys in Scandinavia”, consacrati nel titolo di una compilation che offriva un ampio spaccato della sensibilità nordica per un cantautorato radicato nell’America più profonda, portando alla ribalta una serie di cantori vecchi e nuovi, tra i quali José González, Christian Kjellvander e Nicolai Dunger.

A far correre il pensiero a quel particolare momento, in realtà arbitrariamente ricondotto a “scena”, è il debutto dello svedese Simon Stålhamre che ben avrebbe potuto figurare in quella raccolta ed essere ricompreso in quella definizione; ma non per questo il suo progetto Small Feet appare fuori tempo massimo, anzi le dieci canzoni raccolte sotto il poetico titolo di “From Far Enough Away Everything Sounds Like The Ocean” offrono dell’artista svedese uno spaccato creativo estremamente vivido, che rifonde sotto un carattere distintivo e attuale l’inesauribile lessico di un canzoniere comunque non circoscritto al solo folk.
Fin dal luogo di registrazione, una piccola abitazione settecentesca su un’isola di Stoccolma, Stålhamre mostra di voler imprimere ai propri brani una forte caratterizzazione, non soltanto geografica ma anche personale.

Non si tratta solo del timbro alto e robusto, spesso teatrale, dell’artista svedese, ma di un’impostazione di scrittura ed esecuzione che pur radicandosi nella tradizione “western”, se ne discosta agevolmente per scorrevolezza melodica e varietà di dinamiche. Basti considerare il giro armonico vagamente acido con il quale si apre l’iniziale “Gold” oppure lo spensierato fischiettio di “All And Everyone” per cogliere da subito l’ariosa vena narrativa di Stålhamre, supportata da un essenziale impianto di band, che associa alle sue canzoni colori che spaziano da quelli dei primi Arcade Fire a dinamiche febbrili, sfumate dall’alone antico che spesso le ammanta (“Lead Us Through The Night”, “Palm Trees”).

A un lirismo spiccato, che in particolare nella parte centrale dell’album stabilisce una certa affinità con il primo Night Beds, fanno tuttavia da contraltare passaggi nei quali il registro interpretativo dell’artista svedese si soffonde una quiete riflessiva e accorata (“Trenches”, “And Repeat”), fino ad assumere le sembianze di un torbido blues nella conclusiva “Here’s To Violence”. Si tratta, in fondo, della chiusura del cerchio, dell’emersione in superficie di quei connotati legati ai diversi profili della tradizione musicale americana introiettati da Stålhamre e rielaborati con grande personalità e doti melodiche, e con un legame alle proprie origini che ne attestano, fuori di retorica, la sensibilità nordica.


http://www.smallfeetmakesmusic.com/

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