music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

dmm_jacketDANIEL MARTIN MOORE – Golden Age
(SofaBurn, 2015)

L’età dell’oro di Daniel Martin Moore è affare essenzialmente privato del songwriter del Kentucky, del quale chiude idealmente il vagabondaggio artistico del suo primo lavoro e delle collaborazioni che ne sono seguite (i due dischi condivisi rispettivamente con Ben Sollee e Joan Shelley). Fuor di metafora riferita ai titoli, l’itinerario da “Stray Age” (2008) a ”Golden Age”, terzo album interamente solista di Moore e quinto in totale, è più lungo di quel che si possa immaginare e passa per un’acquisita maturità di scrittura e interpretazione e per una personalità ormai tanto definita da avergli permesso di finanziare completamente la realizzazione del nuovo lavoro attraverso una delle ormai abituali campagne di raccolta fondi online, in una significativa scelta di indipendenza per un artista che aveva cominciato la propria carriera su Sub Pop.

L’understatement delle premesse di “Golden Age” è solo in parte rispecchiato dal contenuto dei suoi dieci brani, che vedono sì una più frequente presenza del pianoforte, ma non per questo gettano Daniel Martin Moore in un’umbratile solitudine creativa, come testimonia la co-produzione del lavoro da parte di Jim James e il supporto di una band comprendente altri quattro musicisti, che aggiungono alle sue canzoni il colore delle ritmiche, il romanticismo degli archi e, appunto, del pianoforte condiviso con Dan Dorff Jr. Certamente ballate pianistiche come “How It Fades” e “Sign Of Life” definiscono nettamente il profilo di “Golden Age” quale album frutto di una placida consapevolezza di scrittura, che la voce morbida e soffusa di Moore esalta nelle ovattate atmosfere di brani dalle cadenze compassate quali “To Make It True” e “Anyway”.

In “Golden Age” non mancano, tuttavia, saggi di un country-folk elettrico dai contorni ancor più tradizionali rispetto a quanto espresso in passato (si vedano in particolare il vivace crescendo di “In Common Time”, il dolente lirismo bluesy di “Our Hearts Will Hover” e la stessa leggerezza melodica di “On Our Way Home”), mentre gli ariosi arrangiamenti da camera della title e, ancor più, della conclusiva “Proud As We Are” dischiudono all’estetica di Daniel Martin Moore orizzonti da raffinato crooner, ben distanti dallo stereotipo del cantautore folk.

Che sia o meno questa la dimensione alla quale il songwriter del Kentucky potrà accedere in un’ipotetica “età dell’oro”, “Golden Age” ne delinea comunque significative premesse, associate a un’affascinante spontaneità di scrittura e interpretazione che davvero non può lasciare indifferenti.

http://www.danielmartinmoore.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 30 ottobre 2015 da in recensioni 2015 con tag , , , , , , , .
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