music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

memories: GOING BLANK AGAIN

memories_ride_going_blank_againRIDE – Going Blank Again
(Creation, 1992)

Una foto in bianco e nero di quattro ragazzi con le immancabili maglie a righe orizzontali e un brano che invitava in maniera travolgente a lasciarsi tutto indietro sono stati i primi contatti di un adolescente dei primi anni ’90 con una band in seguito destinata a essere riconosciuta come una delle esperienze più rappresentative di quello straordinario periodo di trasformazione che ha percorso la Gran Bretagna nel passaggio all’ultimo decennio del secolo scorso. Quella foto accompagnava una recensione firmata da una delle rimpiante “penne guida” di un’epoca nella quale la parola veniva prima dei suoni, li trasmetteva e li faceva conoscere, suscitando avventurose e a volte improbabili caccie al tesoro rappresentato dall’agognato cd di turno.

Il brano era un impetuoso inno generazionale (o forse solo personale) intitolato “Leave Them All Behind”, che il secondo album di un quartetto denominato semplicemente Ride, che con la potenza delle sue esibizioni di fine anni ’80 nei sobborghi di Oxford aveva tanto impressionato Alan McGee da indurlo a metterli sotto contratto con la sua Creation.
Due anni prima, i Ride avevano già scosso la coesa scena alternativa inglese dei tempi con un debutto, “Nowhere”, che aveva avuto, tra gli altri, il merito di filtrare retaggi guitar-pop del decennio precedente con un approccio massiccio e sostanzialmente psichedelico. Erano gli albori dello shoegaze, anni che riecheggiavano delle liquide cascate di feedback di band quali My Bloody Valentine, Slowdive, Swervedriver e tanti altri ancora, oggetto di culto coinvolto e, in alcuni casi, di tardiva scoperta critica.

I Ride, guidati dai chitarristi Andy Bell e Mark Gardener, erano già a pieno titolo tra i principali alfieri di quella temperie artistica, proprio in forza del loro album di debutto del 1990, l’onda impressa sulla cui copertina aveva contribuito a trascinare con sé orecchie, cuori e corpi di tanti ragazzi avviliti dalla crisi industriale britannica e dal decennio di governo di Margaret Thatcher. Anche se, per motivi estetici e simbolici, “Nowhere” è il loro disco abitualmente più osannato e citato, la foto e il brano dei Ride citati all’inizio si riferiscono a “Going Blank Again”, oggetto di primaria scoperta della band, se non altro per motivi squisitamente anagrafici. Di quello dunque si parla in queste note, sfocati come i contorni inafferrabili delle onde prodotte dalle chitarre, eppure lucidi come la carta sulla quale erano impressa la recensione che parlava del disco al momento della sua uscita.

Certo, tra i dieci brani che formavano il lavoro, “Leave Them All Behind” resta quello dall’impatto più immediato, un monolite di oltre otto minuti fatto di tastiere, ritmiche robuste e vortici di effetti chitarristici che si rincorrono accavallandosi gli uni agli altri (proprio come le onde di una marea che si solleva…) in rilanci che lasciano senza fiato. Non però che il resto dei cinquanta minuti di “Going Blank Again” siano qualcosa meno che vibranti, coinvolgenti, ipnotici; anzi, il lavoro vive di una serrata alternanza di momenti e sensazioni, a sua volta pienamente rappresentativa di una ininterrotta combinazione tra linguaggi sonori che costituiva la fucina creativa dello straordinario crocevia artistico dell’Inghilterra di quegli anni.

Shoegaze, su tutto, ma anche elementi genuinamente pop, irrobustiti dalle distorsioni ovvero sospinti da tentazioni da dancefloor di stampo “Madchester” si ritrovano tra gli incandescenti solchi di “Going Blank Again”, che comunque non mancano di offrire momenti di autentica evasione melodica (la sbarazzina “Twisterella”) e languori jangly (“Making Judy Smile”), ma anche residue oscure tracce wave (“Time Machine”) e atmosfere di più dilatata psichedelia (“Chrome Waves”). Il cuore del lavoro resta comunque robusto e granitico, come le chitarre che sovrastano le parti vocali in canzoni tutt’altro che convenzionali (“Not Fazed”, “Mouse Trap”) o ne scandiscono il crescente pathos in episodi quasi sfocianti nel power-pop (“Cool Your Boots”).

“Going Blank Again” non consta dunque soltanto dalle coltri di riverberi ed effetti, cifra caratteristica dello shoegaze, ma contiene in sé tanti e tali elementi che ne saldano l’espressione artistica a tanto di quanto manifestatosi pochi anni prima, in parallelo o subito dopo, mantenendone ancora del tutto vividi, un quarto di secolo dopo, quei colori il cui ricordo resta comunque indissolubilmente legato alle sfumature di grigio di una rivista di tanti anni fa… davvero impossibili da lasciarsi dietro le spalle.

http://ridemusic.net/

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Questa voce è stata pubblicata il 13 novembre 2016 da in memories con tag , , , , , , , , .
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