music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

gareth_dickson_orwell_courtGARETH DICKSON – Orwell Court
(Discolexique / 12k, 2016)*

Come pochi altri artisti, Gareth Dickson ha dimostrato nel corso della sua produzione di saper non solo trascendere rigide definizioni di stile, ma soprattutto gettare ponti tra mondi diversi, omaggiando ma al tempo stesso trasformando codici espressivi tradizionali. La tradizione assume le forme combinate del fingerpicking e di un cantautorato introspettivo, che non ha mai nascosto espliciti riferimenti drake-iani (tanto da arrivare a rileggerne con grande rispetto alcuni brani nell’album pubblicato a nome Nicked Drake nel 2013), mentre la sua trasformazione di quell’essenza acustica si svolge all’insegna di un’ambience ovattata e sofficemente risuonante, atta ad esaltare il calore della vibrazione delle corde e la voce soffusa dell’artista scozzese.

Tali elementi caratterizzano in maniera netta “Orwell Court”, lavoro organico come Dickson non ne realizzava da quattro anni, dai tempi dello splendido “Quite A Way Away”. Come in quell’occasione, anche i sette brevi brani che formano il nuovo disco sono improntati alla creazione di un’ambience acustica che, da un lato, rifugge ogni sovrastruttura produttiva o elettronica, e dall’altro accoglie nel proprio alveo le pennellate gentili di interpretazioni evocative, dilatate, piacevolmente narcolettiche. Anzi, in “Orwell Court” Dickson dirada sempre di più i tempi dei propri brani, adesso spogliati dagli accenti latini che caratterizzavano in qualche misura il predecessore, in favore invece di un’ancor più spiccata attenzione per le atmosfere, nelle quali sommesse armonie vocali e calde filigrane di picking acustico aleggiano lievi, combinando i propri aromi in un bouquet semplice ma complesso, che a ogni passaggio rivela caratteri gentili ma decisi.

Così, lo straordinario incontro tra generazioni con Vashti Bunyan nell’iniziale “Two Halfs”, il relativo uptempo di “The Big Lie”, il picking progressivamente sfumato di “The Hinge Of The Year” e l’ambience sempre più vaporosa di “Red Road” e “The Solid World” altro non sono che i distillati di una pratica lungamente affinata, i cui esiti diversi non smentiscono l’essenza unica e coesa della musica di Dickson, capace persino di ricondurre a propri codici espressivi un brano dei Joy Division, la cover di “Atmosphere” che chiude il lavoro amplificandone la magia, fonte di infinite sorprese.

“Orwell Court” è al tempo stesso un disco ambient e di canzoni, intriso delle dinamiche del picking e di atmosfere dilatate, un diario intimo e invernale la cui dimensione personale e artistica è, semplicemente, in un altrove sospeso, denso di sensazioni di incontaminata malinconia.

*disco della settimana dal 14 al 20 novembre 2016

http://www.garethdickson.co.uk/

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