THE LEAF LIBRARY
After the Rain, Strange Seeds
(Fika Recordings, 2026)

In un universo musicale ormai del tutto parcellizzato e frenetico, The Leaf Library costituiscono una delle poche eccezioni controcorrente: tre album veri e propri in quasi vent’anni di attività, seppure costellati da una miriade di uscite “minori” e da una varietà di uscite estemporanee, in chiave soprattutto sperimentale, e un’impostazione da collettivo mutevole e aperto a collaborazioni, intorno al quale gravitano a loro volta progetti che, pur indipendenti, possono essere in qualche misura ricondotti a caratteri fortemente imparentati con la band principale (si veda da ultimo il delizioso lavoro dello scorso anno a nome Mirrored Daughters, al quale Matt Ashton ha offerto un significativo contributo).

A sette anni dal precedente album organico “The World Is A Bell”, la band londinese ha finalmente riavviato la propria stralunata navicella alimentata da gusto retrofuturista, leggerezza pop e ricerca negli arrangiamenti e nelle ambientazioni. Ashton ne resta senz’altro il motore creativo principale, che la indirizza verso pianeti sonori diversi in ogni brano, mentre la voce sottile ed evocativa di Kate Gibson disegna orbite evocative e avvolgenti e gli altri due componenti dell’equipaggio, i navigati Gareth Jones (basso) e Lewis Young (batteria e synth) ne completano la line-up della band, nell’occasione supportata anche dal quartetto d’archi ISKRA, che ne amplifica ulteriormente lo spettro delle soluzioni di arrangiamento.

Come titolo e copertina suggeriscono, “After the Rain, Strange Seeds” è un viaggio colorato e poliedrico attraverso paesaggi e sensazioni mutevoli, dai contorni fortemente immaginifici. Il canovaccio sul quale si muovono quasi tutti i nove brani è infatti quello di linee melodiche a mezz’aria, che palesano in filigrana una base di folk arcano e sognante, che in ognuno di essi viene plasmato e rimodellato senza sosta, fino a giungere di volta in volta ad approdi lontanissimi dalle proprie premesse. Difficile affermare con certezza se Ashton e soci abbiano lavorato alle loro canzoni per sottrazione o, come forse più probabile, per aggiunte successive di strati sonori, infine fatti rifulgere da un magistrale missaggio finale ad opera niente meno che di John McEntire (Tortoise, The Sea And The Cake), la cui presenza chiude idealmente il cerchio rispetto all’inevitabile riferimento agli Stereolab, che affiora almeno nei due brani più lunghi e circolari.

Ma andiamo con ordine, appunto dalle ascendenze folk al retrofuturismo interstellare che descrivono l’arco amplissimo del viaggio di “After the Rain, Strange Seeds”. Essendo lo spirito della band spiccatamente eccentrico, si parte dal cuore della tracklist, la delicatissima “Carry A River In Your Mouth”, che è un’essenziale ballata di pochi accordi acustici, dapprima rifinita da archi nostalgici che poi la guidano verso un saggio di camerismo bucolico dalle frizzanti sfumature primaverili; subito accanto, “Sun In My Room” muove da premesse analoghe, piegando tuttavia in maniera più netta verso lievi coltri psichedeliche, innestate su linee armoniche appena accennate e ritmiche smorzate.

L’atmosfera generale è quasi sempre sospesa e sognante, pur attraversata da cadenze a tratti più decise, tanto nei brani dalla più evidente costruzione incrementale (l’iniziale “Colour Chant”, “The Reader’s Lamp”) quanto in quelli avvolti da una coltre piacevolmente immaginifica (“A Ship In The Sky”, “There Was Always A Golden Age”). Il comune denominatore di tutte le canzoni resta appunto una pregevolissima scrittura latamente “pop”, che le rende scorrevoli e immediate, tali da catturare dapprima attraverso le proprie melodie aggraziate per far scoprire poi gli infiniti dettagli e le azzeccatissime soluzioni sonore che le caratterizzano in maniera di volta in volta diversa. Ulteriore prova se ne ricava dall’incalzante circolarità di “Catch Up, Isobel”, perfetta popsong costruita su un’elettricità circolare che non può non far pensare alla freschezza degli Stereolab del primo periodo, che ovviamente ricorrono nelle cavalcate di chitarre e synth di “Still & Moving” e soprattutto lungo gli oltre otto minuti di “Some Circling”, costruiti su due note e ritmiche vagamente jazzy che si rincorrono, prima che il loro nastro venga riavvolto da un cambio di tempo mentre la melodia trasognata di Kate Gibson prosegue sul proprio binario dolcemente ipnotico.

Infinite sono comunque le tessere sonore in incessante movimento di “After the Rain, Strange Seeds”, il cui puzzle di ascendenze folk, raffinatezza pop, psichedelia analogica e romanticismo orchestrale rivela a ogni ascolto nuovi dettagli, che coinvolgono e fanno viaggiare con l’immaginazione come pochi dischi di questi tempi riescono a fare.
Bellissimo.

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