NETHERWORLD
The Hermit
(Glacial Movements, 2026)
Una sera di prima estate su una terrazza cilentana, nemmeno a dirlo in luogo tranquillo e quasi isolato; la luna che si riflette placidamente sul mare (i turchi hanno una parola per questo, per alcuni una delle più suggestive al mondo: yakamoz). Sulla mail arriva la notifica di un listening party su Bandcamp, quelle iniziative di ascolto condiviso che permettono di interagire in diretta con artisti ed etichette; decido di immergermici, soprattutto per ritrovare un vecchio contatto di un tempo che fu, insieme a suoni dal fascino mai agevole, il cui immaginario ghiacciato è l’esatta antitesi del clima esterno, nonostante la serata sia piacevolmente ingentilita dalla brezza.
Da tempi passati viene il contatto ritrovato, ma – scoprirò molto presto leggendo le note di accompagnamento – anche i suoni di “The Hermit”, originariamente realizzati quando Alessandro Tedeschi, ai primordi del suo progetto creativo Netherworld non aveva ancora intrapreso l’etichetta tematica Glacial Movements, dedicata a lavori di ambient isolazionista e “ghiacciato”, che con la pubblicazione di questo lavoro celebra, con l’understatement che l’ha sempre connotata, il proprio ventesimo anniversario.
I brani raccolti in “The Hermit” sono stati – letteralmente – riportati in superficie da Alessandro Tedeschi, con la preziosa collaborazione di Matteo Spinazzè, estratti da vecchi cd-r e minidisc e recuperati, nei limiti del possibile, dal deterioramento dei supporti originali, ritrovati casualmente in recessi (ovviamente reconditi) della collezione di dischi dell’artista romano.
Immergersi in “The Hermit” – titolo quanto mai emblematico – presenta appunto i contorni di un viaggio nel tempo e nella memoria; restando nella metafora dell’estetica di Glacial Movement, + come se quei suoni fossero rimasti cristallizzati sotto spessi strati di ghiaccio, che li ha conservati in attesa di poter rivedere la luce al momento giusto. Non per questo si tratta di un lavoro affatto “datato”, anzi tutt’altro, poiché la ricerca da parte di Tedeschi di un suono solitario, oscuro e quanto più possibile puro ed essenziale, presenta tutt’oggi caratteri distintivi e in grado di richiamare l’attenzione, facendolo emergere dalla pletora delle odierne produzioni ambientali più o meno indistinte, come stigmatizzate in maniera magistrale in questa recente riflessione del grande Mirco Salvadori.
La “Loneliness” che apre il lavoro è, in questo senso, un manifesto dell’essenzialità, costruita com’è attraverso il solo suono di un gong e sospiri aleggianti in un ambiente meditativo, nel quale sono sospesi minuti detriti atmosferici. Mentre poi la title track e “Vastness” conducono in esplorazioni di lande inospitali, tra crepacci ghiacciati e distese tenebrose sferzate da un vento tagliente, gli oltre dieci minuti di “In The Blizzard” tracciano più estesi orizzonti atmosferici, sublimando la traccia concettuale sottesa alle creazioni di Tedeschi in una temperie emozionale che si dischiude a una condivisione emotiva niente affatto scontata. A confermarlo, è la stessa conclusione “Melancholy”, il cui soffio espanso e avvolgente rivela che, in fondo, tutto ritorna all’istinto e alle emozioni più autentiche, che il tempo trasforma ed evolve, in momenti diversi dalla vita creativa e non solo.
Ritrovare i suoni di “The Hermit” a distanza di anni, farli rivivere grazie a un certosino lavoro di recupero e condensarli in un lavoro che non si può non definire nuovo e attuale risulta una sintesi perfetta di un percorso umano, prima ancora che artistico, orientato – ora come allora – alla ricerca di una dimensione di incontaminata purezza, che oggi appare ancora più remota e inattingibile. Eppure, in perfetta analogia con un suono che viaggia immateriale nell’aria, attraversando distanze fisiche e temporali, la lunghezza d’onda lasciata dietro di sé da Alessandro Tedeschi e dalla sua Glacial Movements nel corso di due decenni di attività fortemente caratterizzata continua a disseminare dietro di sé echi e memorie durevoli, che tornano a manifestarsi in luoghi e momenti imprevedibili, al fioco chiarore di una solitaria contemplazione lunare.