wes_tirey_i_stood_among_treesWES TIREY – I Stood Among Trees
(Self Released, 2013)

Si sono forse esauriti gli argomenti utili a far da premessa all’affacciarsi di ogni nuova scoperta cantautorale; per fortuna, appare invece inesauribile lo scrigno di proposte frutto dell’autenticità di una voce e di una chitarra provenienti dal composito panorama statunitense, avulse da qualsiasi retorica intellettuale e strategia comunicativa.

L’ultimo nome di songwriter da segnare sulla mappa degli Stati Uniti – più precisamente di quell’Ohio dove affondano le radici, tra gli altri, del poeta dolente Jason Molina – è quello di Wes Tirey, timbro dylaniano (un po’ come la rivelazione dello scorso anno, Barna Howard) e sensibile picking di chitarra o banjo che modellano narrazioni introspettive, frutto di una malinconia latente, intrisa di un lirismo niente affatto accondiscendente anzi talora dotata di punte di asprezza.

Contemplazione, dolcezza, polvere e nostalgia si intrecciano nei quadretti acustici disegnati da Tirey, cantore di scorrevoli ballate dal sapore profondamente americano (“The Evening Tide”, (“The Time Leaves So Soon”), scorci di inquietudine (incarnata dal lirismo della splendida “Final Resting Place”) ed errabonde storie “on the road” (“Wild Beasts”). Nei cinque brani di “I Stood Among Trees”, il picking di Tirey non distilla solo note acustiche a supporto del pregevole flusso delle sue melodie agrodolci, ma assurge anche a protagonista di trame talora più intricate, attraverso gli arabeschi strumentali che deviano la conclusiva “When Your Eyes See The Valley” in una direzione placidamente visionaria.

Un debutto semplice, diretto, sentito, che rivela un artista dalle grandi potenzialità espressive, dal quale attendere con impaziente curiosità qualcosa di più rispetto alle cinque tracce dell’ottimo “I Stood Among Trees”.

https://www.facebook.com/pages/Wes-Tirey/

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caught_in_the_wake_forever_cadder_fallsCAUGHT IN THE WAKE FOREVER – Cadder Falls
(Audio Gourmet, 2013)

Un breve Ep regalato alla netlabel Audio Gourmet è la prima testimonianza sonora di Fraser McGowan in un anno che già si annuncia denso di uscite, compreso un album che in autunno dovrebbe dar seguito all’emozionante “Against A Simple Wooden Cross”.
Nei tre brani strumentali di “Cadder Falls”, l’artista scozzese manifesta il suo profilo più astratto, accantonando momentaneamente il narcolettico intimismo delle sue confessioni sussurrate in penombra.

Le due più lunghe tracce ambientali, inframezzate da un interludio pianistico di nemmeno cento secondi, mantengono tuttavia inalterata l’intensità espressiva riposta in tutte le composizioni firmate Caught In The Wake Forever. Frequenze riverberate in loop avvolgenti percorsi da esili crepitii percorrono l’iniziale “We Deal With This In Different Ways”, mentre ipnotiche persistenze costellate da note morbidamente espanse ammantano in un pulviscolo di suadente malinconia la conclusiva “Better Left Forgotten”; il frammento pianistico “Beneath Such Shadows”, poi, rende testimonianza con disarmante semplicità come a McGowan siano sufficienti poche note cadenzate per creare atmosfere emozionali sospese ed estremamente personali.

Un quarto d’ora pennellato con la consueta sensibilità, che materializza un immaginario degno dei Labradford più atmosferici, dal quale lasciarsi trasportare per la fugace durata di un sogno a cuore aperto.
Download gratuito via: http://audiogourmet.co.uk/

http://caughtinthewakeforever.com/

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nancy_elizabeth_dancingNANCY ELIZABETH - Dancing
(Leaf, 2013)

Non è infrequente, soprattutto per giovani musicisti in ascesa, avvertire la necessità di una pausa, di un ripiegamento nella propria dimensione più intima e solitaria: per Nancy Elizabeth questo momento è arrivato dopo il secondo album (“Wrought Iron“, 2009), in seguito al quale la talentuosa artista inglese ha deciso di mettere in discussione i possibili percorsi di sviluppo del folk classico dell’ottimo esordio “Battle And Victory” (2007).

Una lunga elaborazione ha dunque presieduto alla scrittura di “Dancing”, alla quale Nancy Elizabeth si è dedicata nel completo isolamento della sua casa, prediligendo le ore notturne per impostare i nuovi brani al pianoforte e con il solo ulteriore ausilio di un computer. La danza delle note e dei pensieri, evocata dal titolo del disco, si manifesta così in dodici canzoni che muovono da essenziali retaggi di folk acustico (chitarra e arpa) per ammantarsi di sinuosi pattern ritmici elettronici.

Lo sviluppo incrementale delle melodie dell’artista di Wigan, il cui timbro sottile dimostra accresciuta sicurezza, conferisce ai brani movimenti aggraziati, che alimentano il pathos di testi estremamente personali e sentiti.
Nei due episodi nei quali vibranti note pianistiche permangono quale unico accompagnamento alla sua voce, Nancy Elizabeth si dimostra poi chanteuse raffinata e profonda, oltre che perfetta incarnazione di un’essenza folk declinata alla modernità.

(pubblicato su Rockerilla n. 393, maggio 2013)

http://nancyelizabeth.co.uk/

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peals_walking_fieldPEALS - Walking Field
(Thrill Jockey, 2013)

Fin dai tempi gloriosi dei Rachel’s, non è infrequente che musicisti abitualmente attivi in tutt’altri ambiti si cimentino in riflessive meditazioni acustico-cameristiche.
È da ultimo il caso di William Cashion (chitarrista dei Future Islands) e Bruce Willen (bassista dei Double Dagger), che nel nuovo duo Peals si sono spogliate delle febbrili dinamiche delle rispettive esperienze electro-pop e punk noise, per dedicarsi a soffuse atmosfere da camer(ett)a.

Nelle otto tracce del loro debutto “Walking Field”, picking cadenzati, ritmiche sfumate e tante altre fonti sonore improvvisate, talora opportunamente completate dal romanticismo del violoncello, creano un’ambience acustica morbida e riflessiva.

(pubblicato su Rockerilla n. 393, maggio 2013)

http://www.pealsmusic.com/

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rebekka_karijord_we_become_ourselvesREBEKKA KARIJORD - We Become Ourselves
(Control Freak Kitten, 2013)

Norvegese d’origine ma ormai da tempo stabilitasi in Svezia, Rebekka Karijord può annoverarsi tra le tante interpreti nordiche la cui discreta popolarità locale ha finora faticato a oltrepassare i confini della penisola scandinava.

Con “We Become Ourselves”, secondo album a suo nome, la Karijord tenta il grande salto internazionale, mettendo a frutto, anche grazie alle cure produttive di Tobias Froberg, l’affinità personale ed espressiva con la più celebrata Ane Brun.

Confinate solo a un paio di episodi le nervose sincopi del precedente “The Noble Art Of Letting Go” (2009), la Karijord si cimenta in ballate al piano di raffinata intensità che fanno rifulgere la sua vocalità potente ed evocativa.

(pubblicato su Rockerilla n. 393, maggio 2013)



http://rebekkakarijord.com/

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alexandr_vatagin_serzaALEXANDR VATAGIN – Serza
(Valeot, 2013)

A margine della sua attività con i Tupolev e con i port-royal, Alexandr Vatagin continua un percorso personale improntato alla coniugazione di oblique declinazioni neoclassiche con texture analogiche (“Valeot”, 2006) o segmentazioni elettroniche (“Shards”, 2008).
Con “Serza”, Vatagin offre un ulteriore profilo della sua sperimentazione, innestando sulla base di una strumentazione acustica imperniata intorno a violoncello, pianoforte e vibrafono, un universo di ritmiche cadenzate, samples sintetici e occasionali frammenti rumoristi.

La pluralità di matrici sonore, ulteriormente arricchita da un ampio novero di collaboratori – tra i quali Martin Siewert (Radian), Hideki Umezawa(Pawn) e James Yates (Epic 45) – si esplica invece in un risultato complessivo estremamente coeso, tanto che la mezz’ora del lavoro scorre fluida come una sequenza unica, pur caratterizzata in maniera ben definita nei suoi vari episodi. Così, i loop impervi di “Bows And Airplanes” scolorano nel passo jazzy di “Mantova”, mentre le saturazioni sintetiche di “Elbe” e “Different” trovano contraltare nella delicatezza pianistica di “La Douce”.

“Serza” disegna dunque un intrigante arco di coese soluzioni stilistiche, partendo da presupposti e ingredienti eterogenei, così offrendo un poliedrico spaccato della sensibilità di un artista decisamente fuori dagli schemi, a cavallo tra classicismo, avanguardia e manipolazione elettronica.

http://vatagin.klingt.org/

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hawk_and_a_hacksaw_you_have_already_goneA HAWK AND A HACKSAW – You Have Already Gone To The Other World
(L.M. Dupli-cation, 2013)

Il ritorno dalle peregrinazioni nell’Europa Orientale, coinciso col precedente “Cervantine”, non ha implicato alcun vero e proprio distacco dai sentori e dalle suggestioni di quei luoghi da parte del duo ethno-folk di Jeremy Barnes e Heather Trost. Nel loro ideale bagaglio i due hanno portato con sé esperienze umane e approfondimenti delle tradizioni più o meno risalenti, che adesso trovano nuova manifestazione in un’operazione ambiziosa, nonché nell’opera di A Hawk And A Hacksaw più profondamente radicata nella cultura balcanica e orientale.

“You Have Already Gone To The Other World” è infatti innanzitutto il riassunto discografico dell’opera di sonorizzazione di un vecchio film di Sergej Paradzanov (“Shadows Of Forgotten Anchestors”), proposta dal vivo dal duo in un ampio tour dello scorso anno, e al contempo una raccolta quanto mai omogenea di riletture di brani delle tradizioni ungherese, rumena e ucraina e originali alle stesse ispirate.
Tra danze gitane, canti funerei, fanfare e aperture di accorata nostalgia, Oriente e Occidente si confondono al pari delle origini dei sedici brani del lavoro, in un’omogenea narrazione delle contraddizioni e del fascino di terre percorse da contrasti talora stridenti. Un po’ come quelli tra profluvi di fiati che sfociano quasi nella cacofonia, angosciosi rituali di un folk ancestrale e toccanti cartoline di polvere e gelo (la deliziosa pièce pianistica “The Snow In Kryvorivnya”).

Anche avulso dal contesto delle immagini, ma dotato della loro stessa capacità evocativo-descrittiva, “You Have Already Gone To The Other World” appare dunque l’opera più completa e sfaccettata di A Hawk And A Hacksaw, quella nella quale lo sguardo curioso e il desiderio della scoperta hanno raggiunto l’apice di integrazione intellettuale e artistica tra l’Occidente odierno e un Oriente sospeso nel tempo.

http://ahawkandahacksaw.net/

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