music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Asleep In The Downlights

HAMMOCK/STEVE KILBEY/TIMEBANDIT POWLES – Asleep In The Downlights
(Hammock Music, 2011)

Raffinatezza ambientale, sensibilità orchestrale e suggestioni profondamente emozionali hanno da sempre rappresentato i cardini intorno ai quali ha gravitato il progetto Hammock, ormai vero e proprio culto per quanti non cessano di stupirsi di fronte ai vaporosi bagliori della musica realizzata dal duo composto da Andrew Thompson e Marc Byrd.
Già da qualche tempo – a cavallo degli album “Raising Your Voice…Trying To Stop An Echo” e “Maybe They Will Sing For Us Tomorrow” – i due artisti originari di Nashville hanno intrapreso un significativo percorso di sviluppo, accentuando i profili melodici più caldi delle loro evanescenti partiture ambientali. Così, le loro composizioni hanno gradualmente acquisito strutture più articolate, sulle quali si è cominciato ad affacciare anche qualche timido elemento vocale.

I prodromi di “Asleep In The Downlights” potevano dunque scorgersi già nei più recenti lavori del duo e, di fatto, vanno fatti risalire all’ultimo “Chasing After Shadows…Living With The Ghosts”, alla cui produzione partecipò Tim Powles, batterista degli indimenticati Church. Due dei brani da lui lavorati rimasero fuori dall’album, venendo inclusi in seguito in un Ep digitale, con la specifica che si trattava di versioni strumentali di pezzi tuttavia non ancora realizzati. Il piccolo mistero di quella indicazione viene svelato nei ventidue minuti di questo Ep, la cui peculiarità principale è proprio quella di essere interamente composto da brani cantati da quattro voci diverse: quelle dei due componenti della band, quella di Tim Powles e quella del cantante dei Church, Steve Kilbey.

Sarebbe già sufficiente questa premessa a richiamare interesse sulla curiosa ma riuscitissima collaborazione sottostante ad “Asleep In The Downlights”, ma è soprattutto la resa dei suoi quattro brani a impressionare per come le morbide modulazioni degli Hammock si prestino a essere completate da veri e propri testi e da interpretazioni sognanti e visionarie. Tra queste è da citare quella di Kilbey nell’opener “No Agenda”, che si dipana tra rade note pianistiche, cadenze sonnolente e maestose impennate del suo magico soffio ambientale.
Ciascuno dei brani fa praticamente storia a sé, ferma restando la caratterizzazione della musica degli Hammock, del tutto classica nei riverberi chitarristici di “Sinking Inside Yourself” (che riecheggiano origini post-rock in un’operazione simile a quella compiuta dagli ultimi Epic45), filtrata attraverso una coltre onirica in “Verse For Forgiveness” (cantata da Powles) e infine fluttuante nella brezza degli Slowdive nella conclusiva “Parkers Chapel”, ideale anello di congiunzione tra melodie ed evanescenze sonore di grande impatto emozionale.

Coniugando con le canzoni il loro traboccante immaginario sonoro, gli Hammock hanno compiuto un nuovo passo verso l’avvicinamento di linguaggi musicali solo in apparenza distanti, che l’incontro – tanto imprevedibile quanto fortunato – con i Church non ha potuto far altro che esaltare.
I sogni sotto la Via Lattea hanno trovato il contesto di luci sfumate più adatto per tornare a manifestarsi.

(pubblicato su ondarock.it)

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