music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Dropped Pianos

TIM HECKER – Dropped Pianos
(Kranky, 2011)

L’immagine di copertina e la stessa genesi realizzativa del magnifico “Ravedeath, 1972”, pubblicato all’inizio di quest’anno, erano assai emblematiche del significato in fieri sotteso da Tim Hecker all’operazione che aveva condotto a quel lavoro, sviluppato a partire da registrazioni semi-improvvisate sull’organo a canne di una chiesa islandese.

Adesso, quell’immagine e quell’intelaiatura musicale sono virate al negativo, in un mini-album di poco oltre mezz’ora di durata, nel quale sono racchiusi nove diversi sketch pianistici, preliminari a “Ravedeath, 1972”, eppure dotati di una propria autonoma dignità artistica. Si potrebbe pensare a una sorta di esercizi preparatori di quanto in quella sede è stato eseguito in presa diretta e successivamente manipolato in studio, tuttavia l’ascolto dei nove brani rivela solide basi espressive, rinvenibili in un minimalismo placido e austero, che pure vede l’artista canadese non abdicare completamente ai giochi di echi e riverberi caratterizzanti il lavoro “maggiore”.

Le tinte seppiate di frammenti pianistici risuonanti nell’etere avviluppano infatti melodie essenziali, percorse da minuti detriti sonori ovvero scoloranti in flussi ambientali evanescenti che, allo stadio in cui sono stati catturati in “Dropped Pianos”, dovevano essere ancora rifiniti attraverso successivi processi di lavorazione digitale. Ciononostante, l’opera presenta una propria coerenza intrinseca e una forma niente affatto grezza come si potrebbe immaginare, spaziando da melodie trasparenti (“Sketch 2”) e raccolte riflessioni notturne (“Sketch 4”) a stratificazioni nebbiose e recrudescenze rumoriste (rispettivamente “Sketch 5” e “Sketch 9”), del tutto coerenti con il risultato poi rifuso nell’album pubblicato nei primi mesi dell’anno.

Opera dichiaratamente “minore” nei suoi stessi intenti, “Dropped Pianos” merita comunque di essere assorbita e considerata di per se stessa, secondo un’essenza che mette in luce (anzi, in penombra…) la non comune abilità di Tim Hecker di creare solenni cattedrali sonore, anche solo attraverso poco più che sparute note di piano ripetute, centellinate, espanse.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 1 dicembre 2011 da in recensioni 2011 con tag , , , , , , , .
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