music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

aldous_hardingALDOUS HARDING – Aldous Harding
(Lyttelton, 2014)

La musica folk era già scritta nei geni di Hannah Harding prima ancora che imbracciasse una chitarra e cominciasse una lunga gavetta dal vivo dai remoti dintorni della cittadina portuale di Lyttelton, sull’isola meridionale della Nuova Zelanda, a vari locali del suo altrettanto remoto Paese.
Figlia della cantante country-folk d’origine canadese Lorina Harding, Hannah deve aver assorbito dalla madre la personalità difficile e complessa (tanto da mutare il proprio nome d’arte in un misterioso Aldous) ma soprattutto la passione per la musica, espressa in un formato scarno e privo di compromessi, che dopo anni di vagabondaggio live trova sintesi in un album di debutto sorprendente e fulminante fin dal primo ascolto.

Il retroterra personale e artistico dell’enigmatica songwriter neozelandese e il senso di affascinante isolamento della sua terra d’origine ricorrono nelle dieci splendide tracce di “Aldous Harding”, frutto di una matrice folk declinata secondo interpretazioni che vanno da classiche ballate a contesti spettrali ed evocativi, alimentati oltre che dal timbro evocativo e versatile della Harding da moderati innesti di violino, theremin e cori sul già efficacissimo binomio di chitarra e voce.
Se infatti l’incipit dell’album, con la dolente confessione acustica “Stop Your Tears” e la più ricca e vivace ballata “Hunter”, stabilisce un evidente legame con la tradizione appalachiana (il pensiero potrebbe correre spontaneo ad Alela Diane), l’incedere della tracklist rivela la sfaccettata personalità della Harding, dipanata in una serie di brani dalla durata media piuttosto elevata (oltre i cinque minuti), che tuttavia volano via sulle ali di una narrazione poetica fluida e non priva di qualche accento teatrale e di riferimenti letterari.

A questi ultimi si legano esplicitamente i due brani “Titus Groan” e “Titus Alone”, i cui titolo sono mutuati da due opere dello scrittore fantasy di metà Novecento Mervyn Peake, e non a caso ammantano le interpretazioni della Harding di un’aura magica altresì propria delle atmosfere spettrali e sospese di “Two Bitten Hearts”, che fluttuano sulle oscillazioni metafisiche di una musical saw. Non mancano, poi, incantati scorci bucolici (nella leggiadra “Beast”, il pezzo più conciso del lavoro) e arcane reminiscenze celtiche (negli accenni di yodelling ad esempio di “Merriweather”), mentre l’isolamento e l’inevitabile legame con l’oceano ricorrono nei cullanti passaggi salmastri di “No Peace” e “Small Bones Of Courage”.

L’essenza di “Aldous Harding” permane tuttavia nella scarna associazione di una chitarra capace di accompagnare languori carezzevoli e di delineare dinamiche pronunciate e di una voce versatile e fortemente espressiva: è la formula che affiora in superficie nella conclusiva bonus track “Algust Row”, ma funge da base a tutte le dieci canzoni di un debutto brillante e avvincente, che rivela dagli antipodi una voce folk di valore assoluto.

https://www.facebook.com/AldousHarding

Un commento su “

  1. glencoe
    19 Mag 2014

    L’ha ribloggato su l'eta' della innocenzae ha commentato:
    music won’t save you

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Questa voce è stata pubblicata il 19 Mag 2014 da in recensioni 2014 con tag , , , , , , , .
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