music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

carlos_forster_disastersCARLOS FORSTER – Disasters
(Acuarela, 2015)

Forse solo pochi cultori della delicata introversione a cavallo del Duemila si ricorderanno dei For Stars, band californiana che tra il 1998 e il 2004 realizzò quattro dischi che coniugavano scrittura intimista e ambientazioni rarefatte. Scioltasi la band, le cui grandi potenzialità non si erano tuttavia tradotte in un’affermazione su più vasta scala, si erano sostanzialmente perse le tracce di Carlos Forster, mente creativa dei For Stars, che pure nell’ultimo decennio ha continuato a vivere la musica sotto altra forma, collaborando tra gli altri con i Cake e con M Ward e intraprendendo una defilata attività solista con l’album “Family Trees“ (2011).

Quattro anni dopo, Forster dà continuità alla sua nuova vita artistica, tornando a incidere un disco sull’etichetta spagnola Acuarela, che già aveva ospitato i For Stars in occasione dell’ottimo Ep “Airline People” (2000) e dell’ultima testimonianza discografica della band (“…It Falls Apart “, 2004). Si tratta dunque, anche da un punto di vista simbolico, di un ritorno sulle proprie tracce da parte del chitarrista californiano, del quale tuttavia il tempo trascorso ha mutato solo in parte l’attitudine e la sfera stilistica di riferimento, che nei dieci brani di “Disasters” si attesta su una dimensione di lentezza eterea e sognante, come sospesa a mezz’aria tra vapori dai riflessi sfumati.

Fin dall’incipit “You’ll Survive” si coglie l’equilibrio tra morbida psichedelia e una scrittura lieve, veicolata dalla diafane interpretazioni di Forster, filtrata insieme agli stessi riverberi che avvolgono la successiva “Child On A Train”. Benché le decompressioni e la fluidità “orchestrale” dei primi due brani facciano persino volare il pensiero nella direzione dei Windy & Carl più armonici e dilatati, i retaggi di un folk declinato secondo le cadenze slow-core riaffiorano ben presto nel corso dell’album, in particolare sotto forma dei delicati arpeggi acustici di Mike Coykendall sulla breve “Books” e delle raccolte atmosfere di “Paint Me”, quasi in odore di Red House Painters.

Mentre le due cover comprese nel lavoro (una dilatatissima “Outdoor Miner” dei Wire e un’atmosferica versione al pianoforte di “Ego Tripping At The Gates Of Hell” dei Flaming Lips) esplicitano in maniera emblematica gli attuali riferimenti di Forster, è il carattere più evanescente del suo registro espressivo a prendere il sopravvento nell’economia del lavoro. È quel che avviene tanto sotto forma di sinuosi accompagnamenti di canzoni estremamente minimali ma quanto delle contemplazioni trasognate della title track e della toccante elegia “Tim”, commossa dedica in memoria Tim Mooney, batterista degli American Music Club che figura tra i collaboratori di “Disasters”.

Sospensioni narcolettiche e rilanci orchestrali rappresentano i mezzi attraverso i quali Forster è tornato a disegnare orizzonti al tempo stesso visionari e coinvolgenti, incorniciati in quaranta minuti di soffici riverberi e melodie impalpabili, coronati dalla cullante ballate notturna “Alice”, sette minuti di carezze ipnotiche al rallentatore degne dei Savoy Grand più malinconici.
“Disasters” è un ritorno in grande stile, la prova di una sensibilità trasformatasi attraverso le diverse esperienze attraversate negli anni da Forster, artista autentico che dimostra di avere ancora molto da dire.

http://www.carlosforstermusic.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 20 marzo 2015 da in recensioni 2015 con tag , , , , , , , , .
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