music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

storie d’artista: GRAVENHURST

Gravenhurst
Nick Talbot, u
n addio scritto nella sabbia

And as I lie among the stones,
carvings and bones the still waters
run deep buried in the sand
(da “Still Water”, in “Black Holes In The Sand”, 2004)

La scomparsa prematura di un artista desta sempre un’impressione particolare, che travalica la partecipazione all’evento, anche solo per il semplice fatto che alle sue canzoni possono essere legati momenti di vita e fremiti del cuore. Colpisce ancora di più quando la notizia giunge improvvisa, pochi giorni dopo aver visto l’artista in questione dal vivo in quella che di lì a poco sarebbe diventata la sua ultima esibizione.

Il 4 dicembre 2014, con un comunicato commosso ma laconico, l’etichetta Warp ha annunciato la scomparsa di Nicholas John Talbot, mente e anima di Gravenhurst, progetto negli anni condiviso con altri musicisti ma sempre riconducibile in via esclusiva al songwriter di Bristol. Nick Talbot se ne va così a soli 37 anni, lasciando dietro di sé una testimonianza artistica estremamente originale, tra folk, psichedelia oscura e rock alternativo.
Al momento in cui viene redatto questo articolo non si conoscono le cause della sua morte, dettagli che comunque poco importano rispetto alla dolorosità dell’evento umano e della perdita artistica. Certo, appare quanto meno emblematica – se non uno scherzo del destino – la coincidenza di tempi con un duplice passaggio nella vita dell’artista che ha indotto Nick Talbot a guardarsi indietro, come a riassumere la propria esperienza musicale, dispensandone gli ultimi frammenti a quanti ne hanno amato il candore dell’ispirazione primigenia. Esattamente due giorni prima dell’annuncio della sua scomparsa, Warp aveva pubblicato un cofanetto celebrativo del decennio di attività di Gravenhurst sull’etichetta, comprendente l’album “Flashlight Seasons” (2003), il mini “Black Holes In The Sand” (2004) e una raccolta di demo e inediti risalenti al periodo anteriore a questi due lavori, intitolata “Offerings”.

Inoltre, Talbot aveva intrapreso un tour esclusivamente dedicato all’esecuzione dal vivo di “Flashlight Seasons”, che lo aveva portato in Italia appena una settimana prima della morte per due concerti, a Roma e Ravenna (il report di quello romano è pubblicato qui). Proprio quel disco resta il gioiello più prezioso – e in fondogravenhurst_nick_talbot_2 minoritario dal punto di vista stilistico – della sua discografia, il primo (ri-)pubblicato su vasta scala da un’etichetta importante e di solito decisamente aliena alle visionarie brume folk già delineate dal debutto “Internal Travels” (2002), che aveva invece avuto distribuzione ed eco piuttosto limitate. Delle sue nove canzoni, completate da un interludio strumentale, non ve n’è una che possa considerarsi alla stregua di un momento di stanca o di diminuita ispirazione: l’album è una sequenza di ballate oscure e palpitanti, che lascia senza fiato nella successione, entro un’avviluppante alternanza tra registro acustico ed elettrico, di narrazioni che appaiono talora frutto di uno stato di trance. Delicate “murder ballads” e texture piacevolmente sfocate avviluppano la poetica di Talbot e il fragile lirismo del suo timbro vocale alto, che mantiene i suoi brani sempre sul filo di una tensione latente. Nelle sue canzoni c’è il rapito minimalismo acustico della sottile linea che unisce Drake e Kozelek, le uggiose sensazioni bucoliche dei Talk Talk, le eteree contemplazioni della countryside britannica e un gusto vagamente psichedelico, che anima riverberi elettrici ed esperimenti ancora timidi col feedback.

Mentre proprio “Flashlight Seasons” rimane – e rimarrà sempre più – nel cuore di coloro che hanno amato e scoperto per suo tramite gli aspetti più tenebrosi e malinconici della musica di Gravenhurst, i lavori successivi ne amplificano la ricerca di un suono più articolato e corposo, nel quale l’incantevole foschia che ne avvolgeva gli originari paesaggi folk lascia il ruolo di protagonista a chitarre roboanti, ritmiche decise e persino a qualche approccio con le tastiere. Dopo “Black Holes In The Sand” e il terzo album “Fires In Distant Buildings” (2005), il (relativo) successo di pubblico arriva con il disco in apparenza più lontano dalle premesse artistiche di Talbot, quel “The Western Lands” (2007) dominato da sferraglianti turbini elettrici, in una rideclinazione sintetica di shoegaze e post-rock, potenzialmente in grado di proiettare Gravenhurst verso la dimensione di vera e propria rock-band. Ma Nick Talbot non ha mai aspirato a calcare le scene “indie”, tanto che i suoi ultimi sette anni vedono la pubblicazione soltanto di un disco, fattosi attendere ben cinque anni, “The Ghost In Daylight” (2012), che segna peraltro un parziale ripiegamento verso le ambientazioni spettrali e la limpida essenzialità acustica degli esordi.

Del resto, anche quando ha deciso di rivestirle di sovrastrutture più propriamente rock, Nick Talbot non ha mai del tutto smarrito – o forse non è riuscito a nascondere – la profonda malinconia autunnale della quale le sue canzoni erano intrise. Allegorie di fantasmi, lapidi e veli di sabbia spazzati via dal vento hanno sempre popolato le solitarie immersioni di Talbot nell’universo parallelo della sua scrittura, nei cui pur lirici richiami a violenze, omicidi e disperazione è fin troppo facile cogliere presagi di quello che sarebbe stato, di un grigio giorno di inizio dicembre che avrebbe portato via la voce schietta e gentile di un interprete sensibile e completo, capace di cogliere gli aspetti più affascinanti e misteriosi di un linguaggio dalle radici folk, aggiornato a tante diverse sfaccettature della modernità.
Tanto che l’epitaffio su una vita e una carriera artistica finite davvero inconcepibilmente presto possono essere proprio i versi del brano dei Fairport Convention trasfigurato in una coltre di feedback in “The Western Lands”: “Farewell, farewell to you who would hear/ You lonely travelers all/ The cold north wind will blow again/ The winding road does call”.

(pubblicato su Rockerilla n. 413, gennaio 2015)

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Questa voce è stata pubblicata il 29 marzo 2015 da in storie d'artista con tag , , , , , , , .
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