THE KINDLING – By Morning
(Self Released, 2015)
È tempo di debutto ufficiale – ancorché nuovamente autoprodotto – sulla lunga distanza per The Kindling, umbratile progetto del londinese Guy Weir, i cui due Ep “From Out Of The Wreckage” (2011) e il delizioso “Half Light” (2013) ne avevano rivelato i timbri soffusi e le cadenze rallentate.
Nei nove concisi brani di “By Morning” (mezz’ora di durata totale) alle doti di polistrumentista di Weir (chitarra, organo e percussioni) si aggiunge nuovamente l’accompagnamento di una sezione ritmica che, oltre a rivestire un ruolo decisivo nell’economia del lavoro, conforma The Kindling quale vera e propria band. Ne è inevitabilmente influenzato, almeno in parte, il registro espressivo risultante da “By Morning”, che pure si attesta sulla medesima dilatazione di tempi che in “Half Light” svaporava in armonie dolcemente trasognante e impalpabili narcolessie slow-core.
Rispetto al carattere etereo del precedente Ep che si apriva addirittura con una breve traccia ambientale, il contenuto di “By Morning” è leggermente più concreto, orientato com’è al profilo più strettamente cantautorale di Weir, sostenuto da ritmiche ancora in prevalenza sfumate eppure spesso molto nette, che trova esito in un blues introspettivo e narcolettico imparentato con Nathan Amundson e Jason Molina più che con registri slow-core più astratti e complessi. Certo, la levità corale e il crescendo di un brano-manifesto quale “Slow Down” e le armonie a lume di candela di “Under The Sun All Day” rimandano ancora al raccoglimento meditativo dei Low più eterei; si tratta però soltanto della parte conclusiva di un lavoro che altrimenti oscilla tra scorci di un cantautorato in penombra (“Climb In”, “Long Distance”) e dolenti ballate bluesy al rallentatore, scandite da cadenze anche piuttosto secche (“Unlucky”, “Landslide”).
Echi delle avvolgenti atmosfere del precedente Ep affiorano quasi soltanto quando alle canzoni si aggiungono moderati delay e soprattutto gli arrangiamenti di violino ad opera di Kelly Jakubowski, come nel brano d’apertura “Television Static Dreams” e in “Hunting Stars”, già edita in “Half Light” e qui riproposta irrobustita nelle sue linee armoniche e ritmiche.
Resta comunque l’atmosfera la chiave dei brani di Weir, adesso più chiaramente artefice di un cantautorato dolente ma sereno che, nel restare fedele ai propri cardini slow-core, li sviluppa in un equilibrio tra toni morbidi e decisi, tra introspezione e pathos emotivo.