music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

storie d’artista: LOW

low_1

Heavenly Creatures

Il 2013 è considerato da Mimi Parker e Alan Sparhawk, i coniugi che formano il nucleo fondante dei Low, come il ventesimo anniversario della loro carriera artistica. Formatisi a Duluth, nel Minnesota, nel 1993 e giunti alla loro prima prova discografica con un omonimo Ep nel 1994 (presto doppiato, nello stesso anno, dallo straordinario esordio sulla lunga distanza “I Could Live In Hope”), i Low sono nati dall’idea (rivoluzionaria ai tempi) di suonare musica lenta e tranquilla di fronte agli appassionati urlanti e scalmanati del grunge, che all’epoca spopolava da quelle parti.
E su quest’idea e questa formula la band del Minnesota ha eretto la propria fortuna: un suono essenziale eppure corposo ed energico, climi e territori sonori onirici ricostruiti con la classica strumentazione rock di chitarra, basso e batteria (benché il modo di suonare da parte di Mimi un kit ridotto all’osso e, per di più, con il pressoché esclusivo uso di spazzole, renda quest’ultimo strumento piuttosto atipico per una rock band), e, soprattutto, il cantato spesso avvinto, quasi corale, di Sparhawk e della Parker costituiscono il marchio di fabbrica dei Low.

Al capolavoro dell’esordio si susseguiranno nel 1995 e l’anno successivo, altri due lavori, forse più ripiegati su loro stessi e meno immediatamente coinvolgenti, ma altrettanto validi: “Long Division” e “The Courtain Hits The Cast”, con i quali, tra rallentamenti in odor di ascesi e sperimentazioni minimali, i Low completano la definitiva rielaborazione delle proprie influenze. Lo slow-core che ne caratterizzava gli esordi è oramai sublimato in uno stile unico, peculiare, e la personalità della band va rafforzandosi, così come la base di fedeli appassionati che si allarga notevolmente.

Il 1999 vede Alan e Mimi accasarsi presso la Kranky e dare vita a una collaborazione artistica con l’etichetta di Chicago che porterà frutti rilevanti e succulenti. Risale a quell’anno l’uscita di “Secret Name” (lavoro che otterrà anche i primi ragguardevoli riconoscimenti oltreoceano), nel quale il suono della band si fa più consistente, grazie all’apporto di strumenti quali il piano e il violoncello, anticipandone gli sviluppi artistici e aprendo un piccolo spiraglio a composizioni più “pop”.

È tuttavia il successivo “Things We Lost In The Fire”, uscito a due anni di distanza dallow_2 predecessore, il lavoro che porta a compimento la trasformazione del suono dei Low: la lentezza, le atmosfere spirituali, il cantato quasi angelico si amalgamo perfettamente in strutture melodiche compiute e mature, dando vita ad alcune delle canzoni più immediate e indimenticabili mai prodotte dai coniugi più intonati d’America. Solo un anno passa prima dell’uscita del successivo “Trust” che, in qualche modo, segna la fine di un’epoca per i Low: sarà il loro ultimo lavoro per la Kranky e, pur non apportando sostanziali novità al suono oramai consolidato della band, introduce con alcune vigorose ballate, un elemento rock che fino ad allora era rimasto inespresso e che sarà, da questo momento in poi, sempre più presente nel songwriting di Alan e Mimi. Con “Trust”, probabilmente consapevoli della centralità di questo lavoro nella discografia della band, i Low forniscono, in maniera incontrovertibile una sorta di summa della loro arte. Un punto fermo necessario per poter proseguire e andare a capo.

Il secondo decennio della carriera dei Low rappresenta un periodo di trasformazioni e ripiegamenti su terreni già solcati, con una capacità di mettersi in discussione che smentisce qualsiasi congettura circa un ipotetico inaridimento di quella vena creativa che con “I Could Live In Hope” aveva raggiunto un immediato apice universalmente riconosciuto. Non per questo però Mimi Parker e Alan Sparhawk si erano adagiati sui comodi allori di uno stile dal netto profilo espressivo, regalando l’accoppiata di straordinaria ispirazione costituita da “Things We Lost In The Fire” e “Trust”.
Conclusa col primo la parentesi che li ha visti lavorare a fianco di Steve Albini e col secondo l’esperienza discografica su Kranky, i Low ripartono da Dave Fridmann e dalla gloriosa Sub Pop, e lo fanno enfatizzando i tratti più ruvidi e inquieti delle progressioni malinconiche dei due predecessori. Come assalita da angosce apocalittiche, la band confeziona in “The Great Destroyer” (2005), il suo album dall’impianto più granitico e “rock”, nel senso classico del termine: le percussioni si fanno gravi, le chitarre aumentano di giri e volume, s’insinuano bordate d’organo e synth.
Il complesso magma sonoro sovrasta così con dense coltri elettriche la consistenza eterea delle residue armonizzazioni vocali, il cui crescendo di tensione è sovente spazzato via dall’irrompere di riff aggressivi, detonazioni di feedback e ritmiche claustrofobiche. Di pari passo, accanto a qualche barlume di classe nella scrittura delle canzoni (l’asfissiante incipit “Monkey”, la discrepante solarità di California, il lento avvampare di “Silver Rider” e “Broadway”), anche un album così cupo e asfittico – in definitiva il meno coerente con l’estetica consolidata della band, nonostante la buona accoglienza ricevuta all’epoca – offre spunti di interesse per la definizione di uno spettro espressivo che svela radici nel country-folk elettrico e non disdegna divagazioni psych nei suoni e nelle tematiche spirituali.

Nell’incessante ricerca di nuovi percorsi attraverso i quali dare sfogo al senso di dramma imminente che ha ispirato i Low intorno alla metà del primo decennio del nuovo secolo, la band di Duluth accantona ben presto il roboante impianto rock di “The Great Destroyer” (in seguito frutto di separata elaborazione da parte di Sparhawk in Retribution Gospel Choir), portando in primo piano una percussività tagliente, che abbraccia con decisione l’elettronica. Il risultato sono le tredici “storie assassine” di “Drums And Guns” (2007), disco che sublima con inusitata crudezza, nei suoni e nei testi, visioni di fosca disperazione; come dire, l’apocalisse (della ragione) incombe e non c’è tempo per infingimenti né orpelli espressivi.
Testi del tenore di “All the poets/ And all the liars/ And all you pretty people/ You’re all gonna die” (l’iniziale “Pretty People”) e “Our bodies break/ And the blood just spills and spills/ But here we sit debating that” (“Breaker”), impensabili fino a poco tempo prima, hanno l’effetto di un pugno nello stomaco che lascia immediatamente senza fiato; al pari delle atmosfere sospese, abrase da ruvide carezze di batteria elettronica e loop di chitarra trattata, in filigrana alle quali c’è tuttavia ancora spazio per vocalizzi che tendono al cielo e per una serie di canzoni brevi e intense, che con qualche disagio entrano sotto pelle per non uscirne più. Dalla visione niente affatto ottimista di “Drums And Guns”, traspare tuttavia un’umanità profonda, che rivela tutta la sua fragile inquietudine nella preghiera innalzata in “Murderer” a una divinità non meno crudele (“One more thing I’ll ask you Lord/ You may need a murderer/ Someone to do your dirty work”).
Benché in superficie si distacchi dall’abituale stile dei Low, per efficacia comunicativa e costanza di pathos “Drums And Guns” è forse il loro album più rappresentativo dell’ultimo decennio, quello nel quale tormenti ed emozioni, spigoli e carezze melodiche riducono le loro contraddizioni in un equilibrio di straordinaria forza espressiva.

low_3Tuttavia se “Drums And Guns” rappresenta una risoluta virata rispetto al canonico “suono Low”, il successivo “C’mon” restituisce immediatamente la band di Duluth a un registro più “classico”, che richiama i fasti di “Things We Lost In The Fire” e “Trust”. Allo stesso tempo, dove “Drums And Guns” gettava uno sguardo cupo e apocalittico sui destini di un’umanità fragile e disorientata, le canzoni di “C’mon” delineano un deciso ripiegamento nel privato.
Registrati nei Sacred Heart Studio di Duluth (situati in una chiesa sconsacrata), dove vide la luce anche “Trust”, i suoni di “C’mon” sembrano sospesi in una dimensione temporale altra, nella quale tornano a incontrarsi fosche carezze in slow motion e accorate elegie modellate sugli stilemi ridotti all’osso del rock classico e sulla raffinatezza di melodie tanto incorporee quanto compiute.
Uscito a ben quattro anni di distanza da “Drums And Guns”, al culmine di un periodo durante il quale Alan Sparhawk si dedica al parallelo progetto in aria di vintage-rock Retribution Gospel Choir, “C’mon” è il lavoro di una band riconciliata con se stessa, le cui inquietudini hanno lasciato spazio alla grazia e alla premura di sentimenti più intimi e quotidiani che, tuttavia, non fiaccano né banalizzano la capacità evocativa della loro musica. Le melodie, poi, nel passato spesso celate dietro le distorsioni o la dilatazione dei suoni, in “C’mon” sono in primissimo piano, pure e limpide.

Alan e Mimi hanno sempre imbastito le loro composizioni con un approccio minimale e obliquo, evitando la via più semplice e scegliendo spesso percorsi impervi e tortuosi. Con “C’mon”, invece, la loro musica si fa più immediata e diretta e si sposa al più classico dei generi americani: quel folk-rock che, a sentire lo stesso Sparhawk è la vera voce della gente. I Low, del resto, oramai consapevoli di avere un suono paradigmatico, non hanno più alcuna remora a concedersi definitivamente alla “grande musica” e ad affrancarsi dalle varie nicchie cui di volta in volta li si è voluti relegare. E “C’mon” è il lavoro che li consacra definitivamente come una band folk, un gruppo di musica tradizionale che rilegge la grande tradizione americana e lo fa con un’immensa personalità. Sotto questa luce anche le straordinarie ballate che ne costellano i precedenti lavori – dalla riproposizione di “Sunshine” dell’album d’esordio, fino a “(That’s How You Sing) Amazing Grace”, passando per “In Metal” e “Lion/Lamb” – riescono a essere docilmente ricondotte nell’alveo della “classicità”. Non è un caso, quindi, che in “C’mon” i Low riescano con notevole forza espressiva a rileggere perfino loro stessi e i loro lavori passati.

Da “C’mon” a “The Invisibile Way” passano due anni, ma la distanza da questi lavori è decisamente più breve rispetto a quella che caratterizzava i precedenti. Questa, tuttavia, è storia recente, quasi cronaca dell’attualità di una band che per vent’anni ha attraversato la crisi e le trasformazioni dello stesso paradigma “rock”, con un’invidiabile coerenza umana e con una costanza qualitativa che induce a considerarla tra le sue più emblematiche rappresentazioni a cavallo tra vecchio e nuovo secolo.

(in collaborazione con Francesco Amoroso, pubblicato su Rockerilla n. 391, marzo 2013)

http://chairkickers.com/

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 3 aprile 2013 da in storie d'artista con tag , , , , , , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: