music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

storie d’artista: JASON MOLINA

jason_molinaJASON MOLINA: oltre il blu

Sarebbe scontato, di fronte alla scomparsa di Jason Molina, avvenuta il 16 marzo scorso, provare a stabilire un funesto denominatore tra i destini di sensibili interpreti del solitario spleen cantautorale degli anni a cavallo tra vecchio e nuovo secolo, da Elliott Smith a Mark Linkous, passando per Vic Chesnutt.
Trascendendo le epidermiche formule del songwriter che affida principalmente a chitarra e voce lo sfogo delle ferite inferte dalla vita a un cuore debole per carenza di difese, ciascuno di questi artisti è stato portatore di una propria storia drammatica, espressa con piglio e stile spiccatamente personali.

Quella di Jason Molina ha avuto come demone l’alcool (che a trentanove anni ne ha stroncato l’estremo tentativo di riabilitazione in una comunità specializzata), ma ha sempre ruotato intorno a un animo preda di un’inquietudine endemica, fiaccato da tormenti sentimentali e da un’introversione ai limiti della patologia, depotenziata come per miracolo solo imbracciando una chitarra. È una vera e propria trasformazione, come da crisalide in farfalla, quella dello schivo ragazzo Jason Molina nel cantore dalla voce calda e dolente, ben presto capace di sostenere la tensione emotiva del palcoscenico per condividere, con un pubblico non certo oceanico ma a lui molto affezionato, la poetica del suo cuore spezzato, talvolta rivestita di un efficace linguaggio metaforico, ma più spesso affidata a un registro tanto spoglio e diretto da risultare persino crudo, eppure sempre pervaso da un lirismo autentico e coinvolto.

E di canzoni capaci di toccare nel profondo Molina ne ha scritte parecchie, sotto diverse forme e denominazioni, da quando all’inizio dei primi anni 90 Will Oldham si imbatté per caso in uno dei demo di chitarra e voce da lui realizzati in maniera casalinga a margine della sua principale attività musicale dell’epoca, quella di bassista in alcune band metal della zona di Richmond, dove si era trasferito dalla natia Lorain, Ohio.
Il radicamento alle origini traspare dallo stesso alias sotto il quale Molina ha pubblicato la maggior parte dei suoi lavori (Songs: Ohia deriverebbe infatti da una storpiatura locale del nome dello Stato), quasi una raffigurazione onomastica del suo approccio entropico alla scrittura e alla creazione, riconducibile sempre in via esclusiva alla sua sensibilità, anche quando veicolato dalle sembianze di una band (in seguito Magnolia Electric Co.).

Tanto ripiegato sulla sua inquietudine quanto aperto al dialogo tra linguaggi artistici e alle collaborazioni – non semplicemente finalizzate a fornire ampiezza da band allejason_molina_2 canzoni timide, sonnolente e un po’ impacciate degli esordi ma anche animate dal desiderio di confronto con sonorità diverse – Molina ha attraversato diversi “periodi” espressivi, in ciascuno dei quali si è contornato di musicisti provenienti talora da mondi in apparenza piuttosto distanti, che rendessero la sua scrittura ancora più unica e personale.
La sua carriera è così contrassegnata da una peculiare miscela di tradizione e ricerca di nuove strade, di minimalismo e complessità. Partito da uno scarno cantautorato radicato nella tradizione americana, ha lambito il post-rock e le decostruzioni sonore, introiettandone gli elementi toccanti e spigolosi, fino a rifugiarsi negli ultimi anni nel country-blues delle origini, ridipingendo la propria stessa immagine come quella di un cowboy incapace di nascondere fino in fondo i propri tormenti sotto il cappello.

Da Will Oldham a Will Johnson, da Aidan Moffatt a Steve Albini, da Edith Frost a Scout Niblett, da Alasdair Roberts ad Andrew Bird, in tanti hanno incrociato il percorso di Jason Molina. E in tantissimi – tra artisti che l’hanno conosciuto, che lo stimavano e semplici fan – hanno emblematicamente riempito di un fiume di commozione i vari social media al rapido diffondersi della notizia della sua scomparsa, quella di una delle voci più originali e sensibili della rinascita del cantautorato statunitense degli ultimi decenni.
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GUIDA ALL’ASCOLTO

Songs: Ohia, gli esordi
Molina lega da subito l’attività di Songs: Ohia all’allora giovane etichetta Secretly Canadian. Le tredici essenziali ballate elettro-acustiche dell’omonimo esordio (1997), con i loro toni invariabilmente dimessi, rivelano una sensibilità non comune, seppure ancora un po’ acerba.
I prodromi dello scostamento di Molina dai paradigmi dell’alt-country si percepiscono nell’elegiaco “Impala” (1998) e nelle accorate confessioni amorose di “Axxess & Ace” (1999), nei quali cantato malinconico e atmosfere sospese e ricercate, ma di grande intensità emozionale, lasciano la tradizione americana sullo sfondo del fluido lirismo di veri e propri inni al sentimento (“Love Leaves Its Abuser” e “Captain Badass”).

Alla ricerca di strade nuove
Il particolare modo di suonare la chitarra (un’elettrica dalle sembianze acustiche, spesso trasformata in baritono con l’utilizzo delle sole quattro corde basse) denota un approccio obliquo e personale all’alt-country, che induce Molina a sperimentare percorsi sonori diversi e imprevedibili, consacrati nell’accoppiata di album pubblicati nel 2000: “The Lioness” e “Ghost Tropic”. Per realizzare il primo, Molina si trasferisce in Scozia, dove lavora a fianco di Alasdair Roberts (Appendix Out), Aidan Moffat e David Gow (Arab Strap): frutto di quest’ardita collaborazione sono nove brani di intensità straordinaria, all’interno dei quali le cupe atmosfere nord-europee degli Arab Strap si fondono con il lirismo del songwriter americano, che qui raggiunge il culmine della sua espressività in un contesto elettroacustico compassato, ma grondante di una tensione suggellata in invocazioni accorate e struggenti crescendo. Capolavori di pathos quali “The Black Crow”, “Tigress”, “Being In Love”, “Just A Spark” sviscerano i meandri dell’amore senza cedimenti sentimentali, rendendo “The Lioness” “il” lavoro imprescindibile per chiunque voglia scoprire la poetica di Jason Molina.
Non altrettanto compiuto, invece, risulta il parallelo “Ghost Tropic”, che rappresenta la personalissima interpretazione di Molina di sonorità destrutturate, le cui dilatazioni e segmentazioni ritmiche inclinano al minimalismo e al post-rock tanto in auge in quel periodo, miscelato a frammenti di folk spettrale e tenebroso.

Tradizione all’ombra della Magnolia
Jason_Molina_3“Didn’t It Rain” (2002) restituisce Molina a un classico intreccio di folk, blues e country, consacrandolo come artista capace di svincolarsi da un polveroso antiquariato sonoro in eleganti ballate costruite intorno a pochi giri di chitarra. È quel che invece non avviene nel successivo “Magnolia Electric Co.” (2003), prodotto da Steve Albini e vero punto di svolta della carriera di Molina, che di lì a breve assumerà proprio la denominazione mutuata dal titolo del disco per trasformarsi in nostalgico bluesman, abbandonandosi a una vera e propria sbornia elettrica con tratti virtuosistici, che durerà almeno per i primi due album della nuova band (“Trials And Errors” e “What Comes After The Blues”, 2005). Le ruvidezze bluesy vengono in seguito sfumate in “Fading Trails” (2006) e “Josephine” (2009), intervallati dall’imponente raccolta di quattro cd e un dvd “Sojourner” (2007), compendio ideale e piuttosto ispirato del percorso di Magnolia Electric Co.

Solitudine e condivisione
Accanto a quello in parte nascosto dall’ombra delle band, c’è stato anche un Molina solitario, che con il solo ausilio di una chitarra e di un pianoforte ha pennellato essenziali affreschi della sofferenza alla base della sua ispirazione in due album pubblicati sotto il suo nome proprio. “Pyramid Electric Co.” (2004) e “Let Me Go Let Me Go Let Me Go” (2006) (ai quali va accomunato il quarto cd di “Sojourner”, “Shohola”) rappresentano contrappunti di intimismo scarno e dilatato alla parallela enfasi elettrica. Analogo approccio isolazionista ricorre nell’ultima testimonianza ufficiale di Jason Molina: “Molina And Johnson” (2009), collaborazione con il leader dei Centro-Matic, che ne bilancia la ritrovata propensione all’essenzialità con morbide melodie desertiche.

(pubblicato su Rockerilla n. 393, maggio 2013)

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