music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

house_of_wolves_daughter_of_the_seaHOUSE OF WOLVES – Daughter Of The Sea
(Dusk, Dais, Dawn, 2015)

Dopo aver pubblicato il suo primo album a nome House Of Wolves (“Fold In The Wind”, 2011), Rey Villalobos ha trascorso un lungo periodo in Europa, dove ha idealmente esportato il suo songwriting da camera, al tempo stesso sommesso e palpitante.
Proprio durante l’esperienza europea, Villalobos ha affinato la sua fragile scrittura cantautorale, assorbendo nuovi stimoli riassunti in un canzoniere tanto ricco da essere destinato a ben due album, l’uscita di entrambi i quali è prevista nel corso di quest’anno.

“Daughter Of The Sea” – registrato in Irlanda insieme al produttore Darragh Nolan – è il primo a vedere la luce, sotto forma di una coesa raccolta di otto brevi canzoni (venticinque minuti di durata totale), dalle quali traspaiono tuttavia con decisione il lirismo interpretativo e la sobrietà delle orchestrazioni dell’artista californiano.

Nel lavoro, ancor più scarno e raccolto del precedente, Villalobos mostra di non aver bisogno di sovrastrutture per parlare dritto al cuore; gli sono sufficienti le note del pianoforte o gli arpeggi della sua chitarra acustica per costruire, con il suo timbro alto, atmosfere di intimo raccoglimento, amplificate dall’ovattata ambience che avvolge gran parte dei brani, sotto forma di morbide risonanze o minute granulosità casalinghe.

L’essenzialità del pianoforte (quasi in odor di Gem Club) dell’iniziale “Beautiful Things” e gli arpeggi dalle sfumature lo-fi della successiva title track identificano fulgidamente i disadorni contorni della tela sulla quale Villalobos disegna le proprie confessioni umbratili, lasciate nella loro dimensione di fragile immediatezza (“Take Me To The Others”) ovvero completate da arrangiamenti di appena un’inezia sopra le linee armoniche (“Martians”) o da cadenze ritmiche secche, che scandiscono canzoni dai tempi narcolettici (“Love” e, in maniera più sfumata, la breve “Rain”).

Con un piglio interpretativo che conferma di attagliarsi alla perfezione a una dimessa intensità pianistica (“Just Shy Of Survival”), senza disdegnare aperture ariose e vagamente teatrali (“One”), Rey Villalobos ha confezionato in “Daughter Of The Sea” non solo il primo capitolo del suo diario di viaggio europeo, ma un piccolo scrigno di canzoni in penombra, semplici e sentite.


http://houseofwolvesmusic.com/

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