music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

mountaineer_1974MOUNTAINEER – 1974
(Off Amsterdam, 2015)

Curiosa e piacevole coincidenza quella di scoprire, in un breve lasso di tempo, due storie abbastanza simili provenienti dallo stesso Paese, l’Olanda, di artisti che hanno trovato la propria dimensione espressiva ideale in solitudine, ai margini delle band delle quali fanno (o hanno fatto) parte. All’inizio dell’anno si era trattato di David Groeneweg, autore di un disco di prezioso understatement a nome David And The Circumstances, adesso è il turno di Marcel Hulst, che a breve distanza dal debutto della sua band Maggie Brown, ha deciso di raccogliere sotto l’alias Mountaineer le sue canzoni acustiche, incentrate in prevalenza sul suo cantato soffuso e placide stratificazioni di accordi acustici.

Sono queste le premesse che hanno presieduto alle dieci tracce di “1974” nuovo debutto per Hulst, nell’occasione artefice di un progetto estremamente personale, originato da una solitaria penombra creativa ma non circoscritto a un’estetica di dimessa essenzialità. Ciò è determinato non solo dal più ampio ventaglio strumentale associato da Hulst al binomio voce-e-chitarra, ma soprattutto dallo spirito dimostrato dall’artista olandese, senz’altro incline a una poetica introspettiva, eppure declinata con una serenità e una capacità di astrazioni che nel suo timbro vocale morbido e nella generale gentilezza delle esecuzioni trovano veicolo ideale per melodie a loro volta lievi e scorrevoli.

A partire dall’iniziale “Submarine” appare evidente come “1974” sia un album dai contorni piacevolmente sfumati, che circoscrivono l’esile pathos di narrazioni sottovoce, dai tempi cadenzati da lente sospensioni da riempire con interpretazioni estremamente misurate. Eppure, tra i solchi dell’album vi è ben di più di una sequenza di sentite confessioni dal tono invariabile, non solo perché Hulst dimostra di possedere una tavolozza espressiva più articolata, che si esplica in aperture e crescendo ritmici dai più marcati contorni indie-folk (“Nineteenseventyfour”, “All Your Armies”) e persino in qualche lieve patina elettronica (“Black Sea”). L’essenza del canzoniere di Hulst permane tuttavia quella più placida e confidenziale di brani riflessivi e ovattati piuttosto che malinconici, nei quali il songwriter olandese coniuga l’intimismo del Mark Kozelek più serafico con il lieve lirismo di interpretazioni intrise di un candore autentico, che risplende anche solo grazie al calore di radi accordi o narcolettiche strimpellate acustiche (“In Canada”, “Artificial Light” e la conclusiva “Mountaineer”, tra le altre).

Per caratteri e dimensione produttiva, Hulst non si dimostra incline a toni roboanti e immediatamente capaci di impressionare; il suo “1974” è invece un lavoro frutto di tanto cuore ed ispirazione, che trasuda e instilla dolcezza, distante da ogni retorica “da cameretta”, ma dotato di tutta la forza disinteressata del sentimento, tradotta in canzoni lievi e intense come carezze, da assaporare ovviamente in penombra.

http://www.mountaineer-music.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 17 aprile 2015 da in recensioni 2015 con tag , , , , , , , , , .
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