music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

memories: THE STONE ROSES

the_stone_rosesTHE STONE ROSES – The Stone Roses
(Silvertone, 1989)

Questa storia comincia con una cassetta acquistata in un negozio di dischi di quartiere, non certo di quelli specializzati che andavano ancora per la maggiore negli anni ’90. È la storia di un “disco di formazione”, capitato per una serie di coincidenze tra orecchie curiose di aprirsi alla musica, a suoni inusitati e comunque alieni rispetto ai principali canali di comunicazione e diffusione. Eppure, a quei tempi proprio attraverso quei canali, ma distanti dalla caotica luce diurna, era capitato di intercettare una band il cui nome restava facilmente impresso; ci si erano poi messi i video, le pettinature a caschetto, i gesti ondeggianti e gli atteggiamenti carismatici del frontman, insomma, tutta quella che sarebbe di lì a poco divenuta, in maniera del tutto spontanea, l’estetica di quello che le semplificazioni della critica avrebbero identificato come un movimento.

Da tutto ciò è scaturita la ricerca, rivelatasi imprevedibilmente semplice, di quella cassetta originale pubblicata nel 1989 da un’etichetta ben presto sparita, prima che l’eco sempre più ampia del suo contenuto portasse due anni più tardi a una ristampa major, ampliata a un paio dei tanti singoli con i quale la band si era fatta conoscere. Quella cassettina divenne così ben presto un prezioso cimelio personale, mentre da un punto di vista generale cominciava a essere annoverata tra le primissime testimonianze di quel periodo che trasformò il grigiore di Manchester nei tanti colori di una Madchester, illuminata dalle fervida ispirazione di una manciata di ragazzi con i caschetti d’ordinanza e votati a un divertimento frutto della commistione tra rock e dancefloor.

Tuttavia, soprattutto agli inizi, gli Stone Roses di Ian Brown, John Squire e del batterista Mani, erano una band dal saldo retroterra rock e dalla spiccata sensibilità pop, entrambe calate in un contesto dai contorni indefiniti, vagamente psichedelici. Dopo la consueta trafila di singoli, l’omonimo esordio sulla lunga distanza della band rappresenta un articolato catalogo delle sue variegate ispirazioni, nonché di un atteggiamento verso la musica condito da ostentato egocentrismo (molto “rock’n’roll”, a cominciare dai titoli del brano d’apertura e di quello conclusivo, “I Wanna Be Adored” e “I Am The Resurrection”), che in fondo rivela tutte le fragilità di post-adolescenti al confronto con un’età di cambiamenti.

Osservando l’album dalla distanza del quarto di secolo trascorso dalla sua pubblicazione, si colgono più affinità con il retroterra nel quale i componenti della band sono cresciuti che non col calderone nel quale la loro esperienza artistica è stata collocata, con il solito malinteso storicismo. Tra le pieghe delle sue undici canzoni, riaffiorano di volta in volta, e talora combinati tra loro, reminiscenze palesemente “classiche” (dai riff caracollanti dei Rolling Stones a un certo gusto psych dei Doors) e suggestioni ben più vicine nel tempo, dalla wave oscura (basti ascoltare il giro di basso che apre “She Bangs The Drums”) a una pop malinconica, decadente e in definitiva tipicamente britannica (“The Queen Is Dead” degli Smiths era in fondo distante soltanto tre anni…).

Intorno a questi cardini, Ian Brown e compagni costruiscono una sequenza di canzoni scorrevoli e tutte fortemente caratterizzate, cimentandosi con tempi dilatati e dando libero sfogo a un gusto per un’eccentricità sonora tradotta in una varietà di effetti, delay e semplici reverse. Accanto al passo ieratico di “I Wanna Be Adored” e “This Is The One”, compare così ben presto quello sbarazzino di “She Bangs The Drums”, “Bye Bye Badman” e “(Song For My) Sugar Spun Sister”, popsong intrise di un candore trasognato, che allevia atmosfere dal fascino decadente e appena un po’ torbido, perfetta traduzione in musica del contesto climatico e sociale dell’Inghilterra dell’epoca. Tra omaggi al rock classico – sotto forma di wah-wah e languori chitarristici dai sentori persino bluesy – e una miriade di effetti e stratificazioni che recano con sé tracce embrionali di tutto quanto l’Inghilterra produrrà nel lustro successivo, i cinquanta minuti del disco non conoscono momenti di stanca, tanto meno nel curioso cammeo acustico di nemmeno un minuto “Elizabeth My Dear”, piccolo gioiello di essenzialità melodica nel quale si percepisce tutta la capacità della band di non prendersi troppo sul serio.

I passaggi più indimenticabili e caratterizzanti il suono degli Stone Roses coincidono comunque ancora, oltre che con “I Wanna Be Adored” e “I Am The Resurrection” (una canzone pop che sfocia in una jam di otto minuti ma potenzialmente infinita), con soluzioni semplici ma a loro modo geniali: il reverse circolare di “Don’t Stop”, le cascate chitarristiche e i continui rilanci di “Waterfall” e il vero e proprio inno “Made Of Stone”, tutto riverberi, effetti e loop dolcemente caracollanti, che non possono fare a meno di evocare corse a perdifiato su strade invariabilmente bagnate, sospinti dalle passioni della giovinezza.

Altrettanto inebriante era appunto l’effetto di quelle canzoni, che aprivano rinnovati orizzonti a strade antiche e ben radicate nella cultura musicale pop britannica. Come il loro breve e tormentato percorso successivo avrebbe chiarito, gli Stone Roses non avevano velleità di rockstar, né erano animati soltanto da quella voglia di divertimenti che portò a storpiare il nome della loro città; avevano solo un cuore fondamentalmente malinconico e un straordinario desiderio di tradurlo in canzoni pop appena un po’ originali che, come tali, ancora oggi resistono vive e presenti, insieme ai fruscii di un nastro usurato dai tanti giri e dai tanti ricordi, impressi in maniera indelebile insieme a quelle canzoni.

http://www.thestoneroses.org/

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Questa voce è stata pubblicata il 7 giugno 2015 da in memories con tag , , , , , , , .
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