music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

jim_orourke_simple_songsJIM O’ROURKE – Simple Songs
(Drag City, 2015)

Fa sempre un certo effetto quando un personaggio del calibro di Jim O’Rourke torna a pubblicare un disco a proprio nome. L’impressione è ancor maggiore se appena si considera come il musicista di Chicago, protagonista della scena sperimentale di quella città negli anni ’90 con i Gastr Del Sol e in seguito produttore e collaboratore di tantissimi artisti (dagli Stereolab ai Sonic Youth), da quasi tre lustri non desse sfogo a un lato della sua personalità senz’altro minoritario nella sua discografia, eppure in presente con risultati spesso eccelsi: quello cantautorale.

Data la fisionomia dell’artista, si tratta di un profilo non esattamente classico, tanto che anche il titolo di “Simple Songs” attributo alla sua nuova raccolta di canzoni (la precedente, “Insignificance”, risaliva al 2011) non può che suonare ironico, se non addirittura provocatorio. Eppure, benché in generale tutto fuorché “semplici”, le canzoni di O’Rourke sono incredibilmente radicate nella tradizione cantautorale, o meglio in una pluralità di tradizioni, in una incessante ricerca sonora che va dal folk-rock degli anni ’60-’70 a ricercate soluzioni orchestrali. Ognuna delle otto “Simple Songs” racconta infatti una storia musicale a sé, veicolata dalla funambolica capacità di O’Rourke di lavorare sugli arrangiamenti, modificando in continuazione colori e suggestioni anche all’interno dello stesso brano, facendo di ognuno una sorta di kolossal in miniatura costituito da una pluralità di linee melodiche, aperture e intermezzi assortiti.

Tutto ciò O’Rourke riesce a condensarlo in canzoni dalla durata media inferiore ai cinque minuti, comunque più che sufficienti per scandagliare rock d’annata e arrangiamenti ariosi, coralità anthemica e anche spunti di autentica semplicità folk. L’unico brano davvero rispondente al titolo del disco è la ballata acustica “These Hands”, mentre per il resto “Simple Songs” è un vero e proprio bignami di almeno tre decenni di musica, nonché un catalogo delle straordinarie doti di O’Rourke di plasmare una materia musicale non più sperimentale ma scolpita attraverso gli arrangiamenti, a futura memoria di linguaggi espressivi che non conoscono modernità né revival.

http://www.dragcity.com/artists/jim-orourke

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Questa voce è stata pubblicata il 18 giugno 2015 da in recensioni 2015 con tag , , , , , , , .
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