music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

we_or_me_everything_behind_us_is_a_dreamWE/OR/ME – Everything Behind Us Is A Dream
(Self Released, 2016)

Non senza una buona dose di ironia, Bahhaj Taherzadeh si definisce un esempio pressoché unico di cantautore per metà irlandese e per metà iraniano. Ben probabilmente è così, ma non è solo questo dato anagrafico a caratterizzare le canzoni che da qualche anno a questa parte, dalla sua residenza di Chicago, confeziona sotto l’alias We/Or/Me.

Certo, la sua particolare biografia non è del tutto neutra rispetto a un’espressione artistica chiaramente radicata nel folk britannico ma che in America ha trovato la propria dimensione ideale, in un’osmosi con il cantautorato più introspettivo e misurato, che in occasione del suo terzo album “Everything Behind Us Is A Dream” ha trovato il fondamentale supporto, nei suoi studi di Portland, della produzione di Adam Selzer (Norfolk & Western), genio defilato del country-folk degli ultimi due decenni e scopritore di talenti recenti quali Barna Howard, Vikesh Kapoor e Leonard Mynx.

Il tocco lieve di Selzer dota i brani in penombra di Taherzadeh di introduce delicate cornici sonore, esaltandone la sommessa semplicità di scrittura e interpretazione con arrangiamenti d’archi in punta di dita e risonanze d’organo che li avvolgono in una patina di polverosa, endemica malinconia.
Ciò non rende “Everything Behind Us Is A Dream” un album immediato, ma esalta il timido romanticismo del songwriting di Taherzadeh, che pennella una sequenza di storie raccontate sottovoce, costruite su fragili linee melodiche che insistono sulla sua chitarra o, a tratti, sul pianoforte di Alia Farah, gentile seconda voce protagonista di cammei e intrecci armonici in più di un brano. Non è il solo elemento a rendere dolce e sognante la malinconia delle dieci canzoni di “Everything Behind Us Is A Dream”, rischiarata da raggi di luce sotto forma anche di aperture armoniche sognanti (“Dream Heart”, “Always/Sometimes”) e arrangiamenti ariosi (“Currents Of Time”, “Orla Brown”), che a differenza dei dischi precedenti non necessita più di inserti elettronici per rifinire saggi di un intimismo cantautorale classico e raffinato (“The Dusty Roads”, “Half Light”).

Senza far rumore, senza ricercare colpi ad effetto, Taherzadeh e Selzer hanno pennellato un disco di rara semplicità e schiettezza, dalle atmosfere sfumate ma dotato di una forza espressiva che si manifesta sottovoce o poco più, parlando al cuore senza stancare mai.

http://weorme.com/

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