music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

mutual_benefit_skip_a_sinking_stoneMUTUAL BENEFIT – Skip A Sinking Stone
(Mom + Pop / Transgressive, 2016)*

La storia di Jordan Lee viene da lontano; in senso fisico, dalle sconfinate distese del continente americano, da lui attraversate da vero e proprio globetrotter, dal Texas alla costa orientale e alla sua attuale residenza newyorkese, in senso temporale, visto che il suo primo album a nome Mutual Benefit, lo splendido “Love’s Crushing Diamond” (2013), era giunto al culmine di un lungo percorso personale e artistico, intrapreso quasi dieci anni fa tra folk, psichedelia e vocazione orchestrale.

Si direbbe dunque che le distanze, anche figurate, facciano parte integrante dell’ispirazione e anche dell’estetica di Jordan Lee, che nel nuovo “Skip A Sinking Stone” sembra appunto operare con il tocco lieve del tessitore, dell’artista capace di avvicinare mondi espressivi, animato non da velleità intellettuali bensì da una naturalezza che trasuda appieno dalle pieghe dei dodici brani del nuovo lavoro.
Non sono gli orizzonti polverosi dell’immaginario folk americano, né i vagheggiamenti di un’Arcadia smarrita il terreno sul quale Jordan Lee si muove per costruire le proprie canzoni; benché non certo assenti in “Skip A Sinking Stone”, sono questi soltanto due dei contesti ai quali allegarne l’aggraziata vena melodica, la soave leggerezza degli arrangiamenti e l’aura sottilmente visionaria che ne contorna molti dei brani.

Sfuggente dunque a ogni frettolosa categorizzazione, il lavoro muove con passo felpato dalle aperture aurorali del breve strumentale d’apertura “Madrugada”, che trovano corrispettivo nel sonnolento interludio “Nocturne”, collocato all’inizio della sua seconda parte. Si tratta di vere e proprie ouverture, quasi in sordina, dalle quali Jordan Lee costruisce gradualmente ballate trasognate (“Lost Dreamers”, “Many Returns”) e scorci di un folk al tempo stesso vivace e arioso, definito anche dalle sue interpretazioni angeliche, perennemente sospese in un’agrodolce dimensione onirica (“Not For Nothing”, “Slow March”).

La leggerezza della scrittura e degli arrangiamenti di Lee si amplificano ulteriormente nei passaggi nei quali più evidente si fa la vocazione cameristica dell’artista newyorkese (la title track, la breve “City Sirens” e il finale “The Hereafter”), che accede a una delicatezza elegiaca che di certo non passerà inosservata agli estimatori delle orchestrazioni di Sufjan Stevens e di Patrick Watson, qui declinate in sedicesimi attraverso morbide pennellate impressionistiche.
Ampiezza armonica orchestrale e irenico immaginario folk si fondono così in perfetto equilibrio tra i solchi di “Skip A Sinking Stone”, rendendo semplice la misurata eleganza di atmosfere di canzoni che, appunto, vengono da lontano, ma sbocciano qui ed ora in tutta la loro grazia incantata.

*disco della settimana dal 23 al 29 maggio 2016

http://www.mutualbenef.it/

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: