music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

owen_the_king_of_whysOWEN – The King Of Whys
(Polyvinyl, 2016)

Si fa presto a parlare di manierismo o di mera ripetizione di codici espressivi consolidati quando si tratta del nuovo disco di un artista sulle scene da oltre vent’anni, nelle varie esperienze degli American Football e dei Joan Of Arc, nonché ormai da inizio secolo consolidato solista sotto l’alias Owen. Tale dinamica valutativa si verifica, purtroppo sempre più spesso, quando l’approccio alla musica avviene sulla base del nome o della militanza dell’artista, risultando profondamente fallacia non solo da punto di vista metodologico ma, ancor di più, se applicata a un songwriter di razza quale Mike Kinsella, capace di mantenere intatti i propri cardini espressivi, sviluppandoli gradualmente e arricchendoli, album dopo album, di nuove storie e nuove sfumature.

Nel caso di “The King Of Whys”, ottavo disco solista, le nuove sfumature assumono i tratti di una produzione esterna, affidata a S. Carey, il cui lieve tocco cameristico e atmosferico avvolge le canzoni di Kinsella in una patina sospesa ed elegante, che non ne depotenzia le perduranti brevi sincopi emotive, bensì ne esalta il lirismo discreto, rivestendolo di un delicato romanticismo. Così, le solitarie confessioni in forma di canzone dell’artista di Chigaco, adesso dedicate ai temi “maturi” del matrimonio, del dolore e del passaggio a una mezza età che però non smarrisce affatto lo spirito giovanile, si trasformano in ballate soffuse ma strutturate, amplificate dalla rinnovata condivisione creativa, che in più di un’occasione (“A Burning Soul”, “Lovers Come And Go”) ne riconduce la poetica nel contesto di una band.

Non mancano tuttavia solitari cammei a base di corde gentilmente pizzicate (“The Desperate Act”, “An Island”), né dinamiche segmentate che perpetuano l’immagine di cantore emo di Owen (“Empty Bottle”, “Settled Down”), vivida e ben presente anche adesso che convive con la dimensione di arioso romanticismo suggerita da soluzioni di arrangiamento dai contorni piacevolmente indefiniti (“Tourniquet”) e, ancora di più, con l’ariosa apertura di archi della conclusiva “Lost”.

Né manierismo né fedele replica di se stesso denota dunque Mike Kinsella in “The King Of Whys”, anzi la matura capacità di rinnovarsi restando fedele al proprio carattere schivo e alle proprie inclinazioni di songwriter misurato, poetico, autentico.

http://www.owenmusic.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 23 agosto 2016 da in recensioni 2016 con tag , , , , , , , , .
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