music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

MOUNT EERIE – A Crow Looked At Me
(P.W. Eleverum & Sun, 2017)

Su “A Crow Looked At Me” c’è poco da speculare a livello intellettuale, non c’è nulla da raccontare che non sia già stato scritto. Resta curioso rilevare come gran parte della percezione con la quale dischi di simile intensità tematica vengono accolti dalla stampa e dal pubblico indipendente possa dipendere dal nome dell’artista coinvolto, prestando anche in ragione di ciò attenzione minore o maggiore agli aspetti narrativi delle canzoni rispetto a quelli della forma che assumono.

Non è certo soltanto la forza dell’argomento, quanto l’assenza di filtri con la quale Phil Elverum lo tratta a rendere speciale “A Crow Looked At Me”, e poco importa che improvvisamente intorno alle sue undici canzoni disperate e autoanalitiche si sia concentrata un’attenzione ben diversa da quella che avrebbe potuto facilmente indurre a liquidarle come ruminazioni depresse e autoreferenziali intese all’elaborazione di un lutto. Non solo la morte della giovane moglie, Geneviève Castrée alias Woelv, è protagonista assoluta del lucido diario in musica redatto sotto forma di canzoni da Elevrum, ma lo è in maniera niente affatto mediata da metafore poetiche; la morte è reale, come viene chiarito fin dai primi secondi del disco che lo aprono come un pugno nello stomaco, così come lo è lo straziante percorso attraverso il quale il suo evento si è materializzato e, soprattutto lo è il vuoto della conseguente quotidianità, i luoghi, gli oggetti e, a un certo punto, il riassestamento in una nuova dimensione di ineluttabile solitudine.

Tutto ciò racconta, mettendosi a nudo, Phil Elverum in “A Crow Looked At Me”; lo fa con gli strumenti della moglie scomparsa, nella sua stanza, come in una catartica elegia di un ricordo pienamente presente. In quest’ottica vanno ascoltate le sue canzoni, dimesse, solitarie e persino delicate nel tentativo di trattenere le lacrime e la rabbia per un destino impossibile da accettare fino in fondo, incorniciate da accordi chitarristici distillati e vibranti, da saltuari effetti e da una voce narrante come in trance, animata dalla forza di un sentimento inestinguibile e ancora dalla devastazione delle ferite impresse in profondità in un animo mai così accorato e grondante emozione.

Non poteva essere altrimenti, in simile occasione, apparentemente governata dalla lucidità della scrittura e di un’espressione tanto più straordinaria quanto appunto rapportata al contesto dal quale si è originata, nell’improba (ma pienamente riuscita) impresa di sublimare un abisso di malinconia che non si può veramente comprendere, ma che le canzoni di Phil Elverum rendono in maniera autentica e tangibile, trasformando il dolore in qualcosa di universale e umano, qualcosa come una dichiarazione d’amore immortale.

http://www.pwelverumandsun.com/

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