music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

intervista: BRUNO SANFILIPPO

Con oltre vent’anni di attività alle spalle, Bruno Sanfilippo può ben considerarsi tra gli antesignani della (ri)scoperta di una dimensione compositiva dalle radici classiche, ampiamente contaminata con le sperimentazioni della modernità. In occasione della pubblicazione del suo nuovo lavoro “Unity” il poliedrico artista argentino getta uno sguardo di prospettiva sul suo approccio alla composizione e sullo stato di un’arte oggetto, oggi, di valorizzazione e di sempre più sorprendente diffusione.

Negli ultimi tempi il pianoforte è tornato al centro dell’attenzione di molti artisti in campi non solo “classici”, mentre tu produci dischi da oltre vent’anni: cosa pensi sia cambiato rispetto ai tuoi inizi?
È vero che il pianoforte di recente ha attratto l’attenzione di numerosi artisti operanti in campo di “modern classical” o “post classical” e anche nelle colonne sonore. Pianisti importanti come Ludovico Einaudi, Yann Tiersen, Michael Nyman e Ryuichi Sakamoto hanno evidentemente influenzato una nuova generazione, che al tempo stesso ha riportato interesse sulle opere di autori quali Satie e Debussy. Un ruolo in questa dinamica l’ha giocato senz’altro l’industria discografica, che ne ha promosso il suono, evidenziandone la purezza della sua relazione con l’artista, in opposizione all’artificialità degli strumenti elettronici. Per questo non posso escludere che si tratti anche un po’ di una moda.

Ritieni comunque il pianoforte lo strumento ideale per esprimere la tua ispirazione e i tuoi sentimenti?
Senz’altro. Quando sono nato, nella casa dei miei genitori a Buenos Aires c’era un vecchio pianoforte verticale Pleyel, che è presto diventato uno dei miei giochi preferiti, anzi lo è ancora oggi…. È una cosa che non cambierà, la musica e il pianoforte rappresentano parte indissolubile della mia personalità e della mia vita. Gran parte delle mie composizioni nascono sul pianoforte, anche quando le loro versioni finali non lo contemplano. Per me si tratta di uno strumento molto intuitivo e una fonte di ispirazione; non c’è mai nulla di predefinito quando mi siedo a suonarlo.

Quale conoscenza hai della musica classica?
A Buenos Aires ho avuto una formazione musicale, sia nei miei studi al Conservatorio che seguendo corsi concentrati su particolari aspetti e impieghi della musica, in associazione alla danza, al teatro e ai media.

Ci sono autori ai quali ti sei ispirato o che semplicemente apprezzi?
Mi sono sempre sentito particolarmente ispirato dalle opere di Arvo Pärt, Claude Debussy e John Cage, ma mi ritengo aperto anche a proposte musicali nuove…

Ritieni la definizione “modern classical” adatta per le varie esperienze attuali di minimalismo pianistico e per le loro intersezioni con l’elettronica e l’ambient music?
Non è affatto facile apporre delle etichette alla musica, specialmente in questo periodo nel quale vi è una grande varietà di stili, per cui preferisco lasciare le definizioni alla stampa e all’industria discografica, che hanno motivazioni logiche per utilizzarle.

Qual è la tua condizione ideale per comporre? Di solito da dove proviene la tua ispirazione?
Considero il mio studio come un piccolo tempio, intenso in senso lavorativo piuttosto che squisitamente spirituale. Ho bisogno di disciplina per raggiungere un valido flusso creativo. La mia ispirazione discende da tutto quello che ho conosciuto e provato, a volte persino dai miei sogni. Ritengo comunque ogni artista scopra il proprio modo di comporre col tempo, relazionandosi con la propria percezione di sé, molto più di quanto non faccia seguendo schemi accademici.

Nel disco del 2000 “Suite Patagonia” ti sei ispirato alle storie e ai paesaggi di quella terra: in generale, che rapporto c’è per te tra musica, luoghi e immagini?
I riflessi emozionali suscitati dai luoghi o dalle immagini possono trovare amplificazione attraverso la musica. Penso che esista uno stadio del processo creativo che ha qualcosa in comune con l’ebrezza o con la fantasia, per cui nel corso di quel processo il rapporto della musica con luoghi e immagini è in qualche modo subliminale e la sua percezione è molto personale.

Negli ultimi anni hai pubblicato numerosi dischi, alternando lavori quasi completamente classici ad altri di maggiore ricerca sonora: è stato diverso il tuo modo di comporre, ad esempio, “The Poet” e le varie “Piano Textures“?
È vero che lungo tutta la mia produzione non ho mantenuto uno stile particolarmente definito: a volte ciò è dipeso da semplice esperimenti, altre dalla limitatezza della strumentazione a disposizione in certi momenti della mia attività. Infatti nel corso dell’ultimo decennio ho realizzato numerosi album di elettronica e field recordings che adesso non sono nemmeno reperibili sulle piattaforme digitali perché pubblicati su cd soltanto da etichette americane.

Ci racconti qualcosa a proposito del tuo ultimo disco, “Unity“?
Ho lavorato a lungo per plasmare “Unity”, prima della sua pubblicazione a febbraio, e trovo che le parole utilizzate dall’etichetta russa Dronarivm per presentarlo possano descriverlo meglio di quanto io stesso sia in grado di fare: è una raccolta di composizioni emozionalmente evocative che attraverso un suono ciclico e minimale regalano momenti in grado di esaltare i sensi dell’ascoltatore.

(pubblicato su Rockerilla n. 451, marzo 2018)

http://bruno-sanfilippo.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 25 marzo 2018 da in interviste con tag , , , , , .
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