ADVANCE BASE – Animal Companionship
(Orindal, 2018)
Dagli albori delle produzioni “da cameretta”, Owen Ashworth è stato il prototipo del cantautore che, a cavallo del Duemila, affidava le sue ruminazioni intimiste a una rudimentale strumentazione elettronica. Sono trascorsi ormai quasi vent’anni da quando l’artista statunitense aveva cominciato a riassumere la sua peculiare proposta sotto l’alias Casiotone For The Painfully Alone e molte cose significative sono nel frattempo avvenute nelle modalità di produzione e di fruizione della musica.
Forse anche per questo, dal 2012 è ripartito con la diversa denominazione Advance Base e un approccio maturo e ancor più disincantato a quella che era nata quale attitudine espressiva post-adolescenziale. Benché nel terzo disco della sua nuova vita artistica non mutino in maniera sostanziale il proprio lessico cantautorale e sonoro, i dieci brani di “Animal Companionship” consolidano la poetica e il compassato lirismo del già pregevole “Nephew In The Wild” (2015), proiettandola in una dimensione raccolta ma niente affatto ripiegata sul solipsismo. Ricorrendo, come da titolo, a storie ed allegorie tratte dal mondo animale, non senza una punta di agrodolce ironia, Ashworth offre uno spaccato di trasognate sensazioni personali, scandite dalle consuete pulsazioni elettroniche o sofficemente adagiate su risonanze dall’incedere ipnotico.
I brani di “Animal Companionship” rispecchiano così i dilatati tempi notturni nei quali sono stati in prevalenza concepiti, senza mai ricadere nell’autocommiserazione o comunque nell’ostentazione di quella solitudine creativa che, di tutta evidenza, continua a rappresentare la condizione ideale per l’ispirazione di Ashworth. Come a dire che in vent’anni la sua sensibilità non è mutata, ma è adesso filtrata da una consapevolezza matura, evidente anche nel tono baritonale della sua voce, che con vellutate armonie suggella i suoi saggi di cantautorato umbratile del terzo millennio.