music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

TINY RUINS – Olympic Girls
(Marathon Artists / Ba Da Bing!, 2019)

Il tempo è elemento essenziale per le canzoni di Hollie Fullbrook: rappresenta la stessa misura della lunga elaborazione dei suoi dischi, ma indica altresì la necessità di spazio e attenzione per poterli assimilare. Non che l’espressione dell’artista inglese (ma neozelandese d’adozione) non sia immediata, anzi, ma la delicatezza del tocco e la cura creativa che caratterizza le sue canzoni richiedono una pazienza ad essa commisurata per poterne assorbire i pregevoli dettagli.

È quel che avviene anche nell’approccio con “Olympic Girls”, terzo album che giunge a quasi cinque anni dal precedente, incantevole, “Brightly Painted One” e intervallato soltanto da un Ep condiviso con Hamish Kilgour (“Hurtling Through”, 2015). Nel frattempo, Tiny Ruins si è compiutamente evoluto da progetto sostanzialmente personale a band organica, tanto che il nuovo lavoro viene presentato utilizzando il plurale di una produzione condivisa, curata all’interno stesso della band da parte del polistrumentista Tom Healy e tradotta in articolazione di suono da parte di una formazione nella quale compaiono di volta in volta strumenti acustici ed elettrici, pianoforte, archi e organi.

Ciò non significa tuttavia che Hollie Fullbrook abbia in alcun modo abdicato l’abituale minimalismo espressivo, che anzi nel nuovo contesto più vario e strutturato brilla in tutta la sua fragile forza di scrittura e interpretazione. Mentre infatti la dimensione “full band” impregna a tratti di ritmiche decise e pur sfumati tratti bluesy ballate elettriche quali “How Much” e “Stars, False, Fading”, in filigrana continua a distinguere la consistenza setosa delle interpretazioni di Hollie, che tornano ben presto a riaffiorare in tutta la loro poetica crepuscolare, come in particolare in “School Of Design”, il brano dalle atmosfere più affini a quelle del lavoro precedente.

Il bilanciamento tra consolidata grazia e rinnovate modalità espressive caratterizza tutto “Olympic Girls”, atteggiandosi di volta in volta secondo sfumature che comunque non sovrastano mai la misurata personalità di interpretazioni che anzi finiscono per sbocciare in tutta la loro bellezza grazie ad arrangiamenti sognanti (“Holograms”), o impregnati di adulto romanticismo (“One Million Flowers”). In questo senso, “Olympic Girls” appare una vera e propria prova di maturità per Hollie Fullbrook, risultante dal confronto dell’artista non soltanto con la propria sensibilità ma anche con un contesto realizzativo non più solitario, dal quale la naturalezza del suo tocco cantautorale risulta anzi arricchita. Ricavare del tempo per le sue canzoni sarà, ancora una volta, piacevolmente ripagante.

http://www.tinyruins.com/

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