SIGUR RÓS: la saga “orchestrale”

È probabilmente superfluo ripercorrere la storia di una delle poche band che, pur nel tempo in cui la musica ha smarrito la propria dimensione collettiva, è riuscita ad affermarsi quale fenomeno condiviso a livello internazionale. Merito senz’altro dell’aura epica del Nord più estremo e affascinante che l’ha circondata fin dalle origini, ma soprattutto della sua combinazione unica tra psichedelia, dream-pop, post-rock e ambient music, al tempo stesso impalpabile e vigorosa come il vapore eiettato dalle ribollenti profondità della sua natia Islanda.

Celebrato lo scorso anno il ventennale di “Ágætis byrjun” – il loro secondo album, che li rivelò al mondo – i Sigur Rós vivono oggi un prolungato periodo di quiescenza, tale da metterne in dubbio la stessa prosecuzione di un percorso che ha regalato perle di irripetibile creatività e coinvolgimento. La (teorica) line-up attuale della band è infatti ridotta ai soli Georg Hólm e Jón Þór Birgisson, sebbene quest’ultimo sia ormai impegnato piuttosto in altri progetti personali e abbia da poco pubblicato il suo secondo album solista Shiver (a nome Jónsi). La disgregazione di una delle band più incredibili degli ultimi decenni era in realtà cominciata a cavallo degli ultimi due album, i non indimenticabili (almeno rispetto agli elevatissimi standard dei predecessori) “Valtari” (2012) e “Kveikur” (2013), con l’abbandono del fondamentale tastierista e compositore Kjartan Sveinsson, al quale due anni fa è seguito quello del batterista Orri Páll Dýrason, a seguito del suo coinvolgimento in un’indagine per violenza sessuale.

Dei Sigur Rós che avevano incuriosito ed emozionato con “Ágætis byrjun”, rapito con l’album bianco “( )” (2002), fatto sognare e travolto con “Takk…” (2005) e persino divertito con “Með suð í eyrum við spilum endalaust” (2008), oggi è con ogni probabilità rimasto poco, oltre ai ricordi indelebili che questi album continuano a portare con sé. Altrettanto poco è rimasto da raccontare della sequenza dei loro sette dischi, cominciata in sordina con la pubblicazione in patria di “Von” (1997), alla quale fa tuttavia da corollario un’ampia costellazione di uscite “minori”, variamente connesse alla tradizione islandese o associate a pellicole cinematografiche e performance dal vivo dai frequenti contenuti multidisciplinari.

Mentre sul finire dello scorso anno hanno finalmente visto la luce di una pubblicazione ufficiale le registrazioni dell’opera folk-orchestrale “Odin’s Raven Magic”, collaborazione risalente al 2002 con il compositore Hilmar Örn Hilmarsson e con il poeta e cantore Steindór Andersen, si può allora provare a ricostruire una storia della band islandese parallela a quella degli album propriamente detti. Anzi, una delle tante storie parallele rese possibili dalla straordinaria trasversalità stilistica dei Sigur Rós, quella che ha come filo conduttore un lessico sostanzialmente orchestrale, veicolato in particolare dalla sensibilità compositiva di Kjartan Sveinsson e dall’accompagnamento del quartetto d’archi femminile delle Amiina, e al quale non possono tuttavia considerarsi estranee le stesse interpretazioni di Jónsi, nella sua alternanza di arcani accenti gutturali islandesi e immaginarie modulazioni armoniche in “hopelandic”.

Proprio per questo, evidenti segnali dell’inclinazione orchestrale della band sono ampiamente riscontrabili all’interno degli album, seppure sovente germinate in un dialogo, dai forti contenuti emotivi, con suoni e costruzioni a loro modo affini al post-rock in auge a cavallo della transizione tra i due secoli. Ormai sdoganata la composizione a base classica quale forma espressiva autonoma e non più accessoria a contesti latamente “rock”, quegli spunti assumono significati diversi, anche appunto alla luce della restante parte della produzione della band, peraltro niente affatto trascurabile per mole e per lucidità di ispirazione. Se dunque, ad esempio, il passaggio lirico sostenuto dagli archi di “Starálfur” e le limpide note pianistiche e l’impetuoso crescendo di “Viðrar Vel Til Loftárása” (in “Ágætis byrjun”) erano già molto più di semplici indizi calati in un contesto più ampio, è fin da quel periodo della sua crescente notorietà internazionale che la band comincia in maniera più esplicita a percorrere sentieri specificamente dedicati alla composizione contemporanea.

Eccone alcune tappe:

Angels Of The Universe (2002)
Pur non costituendo una compiuta integrazione a livello compositivo, il primo cimento dei Sigur Rós con un contesto diverso da un album coincide con la sua partecipazione alla colonna sonora del film “Englar Alheimsins (Angels Of The Universe)”, curata da Hilmar Örn Hilmarsson. Le parti di quest’ultimo e quelle della band restano tuttavia separate, nella forma rispettivamente di quindici frammenti orchestrali e di due brani cantanti, ancora pervasi da vibranti incursioni elettriche. Si tratta tuttavia del primo incontro – non a caso parallelo a “Odin’s Raven Magic” – della band islandese con l’associazione del suono con le immagini, che da quel momento in poi amplificherà gli aspetti appunto più “cinematici” e descrittivi della sua musica.

Hvarf / Heim (2007)
Due anni dopo il quarto album “Takk…”, è una doppia raccolta che in apparenza poteva sembrare destinata solo ad appassionati e completisti a mettere in risalto gli aspetti acustici della band. Accanto a un paio di inediti, “Hvarf / Heim” contiene infatti rivisitazioni di brani più o meno recenti della loro discografia; è in particolare la seconda metà della raccolta a presentare rielaborazioni più profonde, vista la loro forma totalmente unplugged, che esalta il ruolo del quartetto Amiina in un contesto placidamente cameristico, peraltro confermato da più d’una delle esibizioni raccolte nel parallelo film-documento “Heima”.

Riceboy Sleeps (2009)
Dopo che in “Með suð í eyrum við spilum endalaust” la produzione di Flood aveva portato la band a lavorare finanche con una band di sessantasette elementi, la prima vera e propria deviazione dall’alveo della band di Jón Þór Birgisson, insieme al compagno Alex Somers (a nome Jónsi & Alex), costituisce un ulteriore passaggio della trasformazione del lessico classicista operata dai Sigur Rós. Grazie ancora al supporto delle Amiina e del coro Kopavogsdætur, la coltre orchestrale brulicante di microsuoni di “Riceboy Sleeps” getta per certi versi le basi per la sua successiva declinazione in chiave sostanzialmente ambientale.

Route One (2017)
Interrotto dopo “Valtari” il duraturo sodalizio con le Amiina e, dopo “Kveikur”, di fatto anche il percorso della band come tale, le successive testimonianze recanti la sigla Sigur Rós rispondono principalmente alle derive più sperimentali di Jónsi, presentandosi in larga parte sotto pièce atmosferiche di lungo formato, dai marcati aspetti concettuali. È il caso di “Route One”, estratto di quaranta minuti da ventiquattr’ore di musica generativa accompagnata dalle immagini trasmesse in streaming in un periplo automobilistico dell’Islanda sulla Hringvegur, principale strada del Paese.

Liminal Sleep (2019)
Gli spunti orchestrali sono a questo punto derubricati a drone prolungati, ormai svuotati della loro essenza originaria e proiettati verso un’immota quiete ambientale. Sulla scia della playlist ambientale curata da Jónsi, Alex Somers e dal compositore statunitense Alex Corley (Bedroom Community), denominata “Liminal”, vengono rilasciate in formato digitale le due ore e mezza di “Liminal Sleep”. Tra iterazioni e frequenze espanse fino ai limiti della percezione, le sue nove lunghe tracce sublimano in trance ipnotica quelle che una volta erano vibrazioni di intenso romanticismo.


L’ultraventennale parabola dei Sigur Rós coincide dunque con l’evoluzione attraversata nel medesimo periodo dal ruolo delle componenti classiciste in contesti musicali rock e d’avanguardia. Da un lato, non è più inedita la convivenza tra chitarre elettriche, archi o pianoforte, né l’applicazione di sensibilità “indie” a una strumentazione classica; dall’altro, sono mutate l’accezione e la stessa fisionomia da essa assunta nella composizione. Il minimalismo di fondo che ne ha spesso contraddistinto l’impiego non alimenta più soltanto suggestioni romantiche e di facile coinvolgimento emotivo, ma è anzi ulteriormente ridotto a un flusso di frequenze basse, se non addirittura silenti, a una “ambience orchestrale” modulata e sempre più impalpabile. In maniera senz’altro meno evidente rispetto al primo scorcio della loro discografia, i Sigur Rós continuano a seguire (e, forse, ad anticipare) il filo conduttore che lega commistioni tra linguaggi in perenne trasformazione; come la loro musica che, nonostante le vicissitudini degli ultimi anni, continua con modalità particolari a essere declinata al presente, non soltanto come ricordo di tempi e dischi irripetibili.

(pubblicato su Rockerilla n. 484, dicembre 2020)

https://sigurros.com/

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