music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

CAT POWER – Sun
(Matador, 2012)

Chan Marshall non è mai stata una persona semplice; e la sua discografia ne ha spesso rappresentato il fedele specchio, narrandone il disagio interiore, le tempeste sentimentali e i problematici rapporti con l’alcool.
Anche “Sun” non sfugge a tale costante, tanto da poter essere considerato la vera e propria sublimazione di un momento di svolta personale e al tempo stesso artistica.

Al culmine di sei anni privi di produzioni originali (“The Greatest”, 2006) – inframezzati solo dalle cover di “Jukebox” e “Dark End Of The Street” (2008) – e dell’ennesima delusione amorosa, Chan fugge nuovamente da se stessa, stavolta per suggellare nell’immagine e nel suono un momento che tra l’altro corrisponde al giro di boa dei suoi quarant’anni. Scappa a Parigi, si taglia di netto i capelli e in soli tre giorni dà forma alle canzoni scritte e rimuginate per tanto tempo; una forma inedita per chi l’ha conosciuta e amata come “ragazza con la chitarra” ai tempi di “Moon Pix” o come chanteuse raffinata e di rara intensità in “You Are Free”. Ma di tempo, da allora, ne è passato parecchio, lasciando segni profondi nell’animo sensibile di un’artista che, deposte le vesti da blueswoman di classe, ancorché un po’ imbolsita, delle ultime prove discografiche, si è affidata alle cure di Philippe Zdar (Cassius) per aggiungere alle sue canzoni un’imprevedibile patina sintetica, ritmi elettronici e sincopi funky.

Si tratta, fin dal primo superficiale impatto, della principale novità di “Sun”, che avviluppa le movenze feline della Marshall in un involucro teso a un’attualizzazione talora forzata, che finisce spesso per ridurne l’inconfondibile timbrica suadente a declamazioni ieratiche e sostanzialmente algide, piuttosto che pacificate.
Eppure, qua e là, permane in filigrana la firma riconoscibile della sua scrittura, ancora lucida e capace di regalare passaggi di sofferta introspezione come quelli di “Human Being” e dell’iniziale “Cherokee”, attraverso la cui spinta ritmica fa ancora capolino il pianoforte, in accompagnamento alla confessione-manifesto “I never knew love like this/ wind, moon, the earth and sky/ I never knew pain like this […] I never knew pain, I never knew shame and now I know why”.

Altrove, invece, se si eccettuano i saltuari nervosismi elettrici di Judah Bauer (Jon Spencer Blues Explosion), è tutto un pullulare di tastiere disorganiche, nella migliore delle ipotesi dal krauto sapore Stereolab (“Manhattan”), nelle altre oppressive di linee melodiche incerte – se non del tutto inesistenti – sotto profluvi sintetici in bilico tra nostalgie eighties e tentativi di comprensibile svecchiamento di quanto realizzato in ormai oltre quindici anni di carriera. Comprensibile e giustificato, appunto, ma non per questo particolarmente riuscito, se il risultato appare troppo spesso asfittico e finanche pedante, come nel caso degli oltre dieci minuti (un’enormità faticosissima!) di “Nothin But Time”, mantra vagamente ipnotico con niente meno che Iggy Pop a fare da backing vocals.

In definitiva, è come se i nuovi abiti sonori di Cat Power le stessero un po’ troppo stretti per poter essere indossati con disinvoltura; o forse, semplicemente, non si attagliano nel modo migliore alla sua figura e a questo momento della sua espressione artistica.
Certo è che un disco del genere appare senz’altro come un nuovo inizio, una cesura netta col passato. Il “sole” che sorge sul nuovo orizzonte è tuttavia ancora pallido e dunque non si può pronosticare se quello messo in luce dagli undici brani ad esso innalzati sia un breve passaggio catartico tra i tanti o l’apertura di un capitolo completamente diverso dell’esperienza artistica di Cat Power. Per ora, non c’è che da augurarle la necessaria serenità, salutando se non altro positivamente la ripresa della sua voglia di raccontarsi in musica.

(pubblicato su ondarock.it)



http://catpowermusic.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 4 settembre 2012 da in recensioni 2012 con tag , , , , , , , .
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