music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR – ‘Allelujah! Don’t Bend! Ascend!
(Constellation, 2012)

Non è cosa nuova né ormai sconvolgente assistere a ritorni più o meno inaspettati di band che hanno lasciato la propria impronta profondamente impressa in una determinata temperie artistica. Non dovrebbe dunque impressionare più tanto ritrovare, a dieci anni di distanza dal loro “undefined hiatus” e a due dalla loro ricostituzione in formato live, gran parte dei musicisti che a cavallo del millennio avevano dato luogo a un’esperienza creativa con pochi eguali nella storia recente.

Ebbene sì, i Godspeed You! Black Emperor sono tornati; nonostante la repentinità dell’annuncio di un nuovo disco in studio (circa due settimane prima della sua pubblicazione ufficiale), non si può dire che sia stato un fulmine a ciel sereno, visto che le trascinanti prove dal vivo tra fine 2010 e inizio 2011 avevano addensato le attese (o i timori) per una ripresa a tutti gli effetti dell’attività del collettivo québécois.
Ma non sono certo solo le aspettative a distinguere quello dei Godspeed You! Black Emperor da altri ritorni altrettanto significativi; per una band dal contenuto simbolico così sviluppato, sia in termini artistici che di messaggio, dieci anni di silenzio rappresentano ben più di un mero dato temporale. Da un lato, la sua formula di chamber-prog-rock ad alto tasso emotivo ha in seguito offerto più pallidi epigoni che non arditi sviluppatori, dall’altro l’aura apocalittica delle sue composizioni si discosta oggi dai temi evocati nei tre dischi pubblicati tra 1997 e 2002 sotto l’impulso di aspre considerazioni sul declino del mondo occidentale e su conflitti interiori ed esteriori.

Da allora, la musica e il mondo sono cambiati con ritmi frenetici, tanto da far balenare, accanto alla scontata curiosità, l’interrogativo sul senso odierno di un nuovo disco di una band la cui breve parabola era stata già pienamente esaustiva. Non è questa la sede per fornire al quesito risposte che resteranno inevitabilmente soggettive, anche perché l’ascolto delle due lunghe tracce e dei due più brevi interludi dei quali si compone “’Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” appare tutt’altro che risolutivo. Innanzitutto poiché – è bene chiarirlo in via preliminare – l’album non consta di composizioni integralmente “nuove”, bensì dà forma organica a materiale già eseguito dal vivo fin dal 2003. Non che ciò soltanto basti a liquidarlo come lavoro “datato”, tuttavia è piuttosto evidente come da allora la formula dei Godspeed You! Black Emperor non si sia sostanzialmente evoluta, se non nei soli termini di un impatto ancor più claustrofobico e granitico nelle ingenti parti chitarristiche, che oggi rivelano con ancora maggiore chiarezza ascendenze progressive in forza delle quali la funzione d’impatto è affidata a progressioni incalzanti piuttosto che a torsioni di feedback.

Chiara dimostrazione se ne ritrova nel crescendo incessante dell’iniziale “Mladic”, pezzo dall’incedere marziale come non mai, che stenta a liberare la tensione di un crescendo ritmico invariato e di dissonanze orchestrali dai tratti orientaleggianti. Forse anche per la ridotta sezione d’archi, che risente della defezione della violoncellista Norsola Johnson, in “’Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” prevale il carattere più nervoso delle composizioni che un tempo bilanciavano romanticismo e catarsi drammatica. L’altro monolite da venti minuti, “We Drift Like Worried Fire”, presenta invece una struttura più vicina alla graduale costruzione emotiva nella quale il collettivo di Montreal ha eccelso ai tempi d’oro, costruendosi piano da corde pizzicate e lievi arrangiamenti d’archi, salvo deflagrare già prima della metà della sua durata e poi giungere al termine con una fluida alternanza tra innalzamento e allenamento della tensione.

La parte più statica del lavoro è invece confinata quasi soltanto nelle due più brevi tracce di raccordo, sotto forma di drone di archi, nel primo caso (“Their Helicopters’ Sing”) elevati su un monotono piano sequenza dissonante, mentre nel secondo (“Strung Like Lights At Thee Printemps Erable”) posti a brulicante fondale di saturazioni elettriche moderatamente distorte.

Al di là di qualsiasi considerazione sul suo senso complessivo, “’Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” fallisce nella missione di trascinamento emotivo tanto quanto riesce in quella di disegnare nuovi scenari d’inquietudine con un piglio ascetico ma in fin dei conti più freddo rispetto ai capolavori passati, il confronto con i quali si sapeva già in partenza sarebbe stato arduo, oltre che fuorviante. È come se, in queste rumorose sinfonie post-moderne, il coinvolgimento fosse rimasto confinato all’emozione del ritorno e la speranza superata da quella decadenza della quale i Godspeed You! Black Emperor, dieci anni fa, erano stati lucidissimi presaghi.

(pubblicato su ondarock.it)


http://www.brainwashed.com/godspeed/main.html

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