music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

grouper_the_man_who_died_in_his_boatGROUPER – The Man Who Died In His Boat
(Kranky, 2013)

L’eterea musa drone-folk di Portland dà alle stampe, in “The Man Who Died In His Boat”, una serie di canzoni risalenti all’epoca di “Dragging A Dead Deer Up A Hill” (2008) ma da allora rimaste inedite.
L’ideale macchina del tempo discografica riporta così Liz Harris a un periodo nel quale la sua anima sperimentale conviveva in maniera sostanzialmente equilibrata con il tentativo di una scrittura che, pur non esplicantesi in canzoni compiute, metteva in risalto le sue incantate evocazioni vocali e filigrane acustiche intessute su fondali di nebbiosa bassa fedeltà.

Gli undici brani compresi in “The Man Who Died In His Boat” – improntati a uno spettrale senso di assenza, ispirato dalla reale visita della Harris a un relitto navale – deviano dunque in maniera piuttosto sostanziale dalle ipnotiche cattedrali di suono del più recente binomio “A I A: Alien Observer / A I A: Dream Loss” (2011) per ritrovare evanescenze armoniche di voce e accordi acustici, che quasi si confondono con le astrazioni di fondali di frequenze modulate, riverberi o anche semplici fruscii di registrazione.

Con grazia arcana, Liz Harris inanella una nuova serie di estatici paesaggi strumentali, che ancora mostrano tutto il loro fascino umbratile nei vapori di “STS” e nelle luminose stille acustiche di “Vanishing Point”, ma soprattutto vengono esaltati dal complemento di strutture di canzone che regalano scheletriche ballate quali ad esempio la sinuosa title track e la più segmentata “Cover The Long Way”, ancora una volta degne eredi tanto della psichedelia rurale dei Flying Saucer Attack quanto delle solitarie carezze spirituali di Jessica Bailiff.

Con la maggior parte dei brani recanti le sue eteree interpretazioni – talvolta ridotte a misteriosi vocalizzi – “The Man Who Died In His Boat” risulta così l’opera più completa ed equilibrata tra quelle realizzate da Grouper, sviluppando in termini di coesione espressiva e profondità di suggestioni proprio quanto nel coevo “Dragging A Dead Deer Up A Hill” si manifestava in forma ancora parzialmente incompiuta.
Quasi una nemesi per dei brani rimasti inediti per quasi cinque anni, che oggi formano invece un album che sarebbe erroneo approcciare superficialmente come una semplice raccolta di outtakes.

https://sites.google.com/site/yellowelectric/

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Questa voce è stata pubblicata il 1 febbraio 2013 da in recensioni 2013 con tag , , , , , , , .
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