music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

intervista: COLLEEN

Tornata sulle scene con l’ambizioso “The Weighing Of The Heart” dopo un’assenza durata sei lunghi anni, Cécile Schott racconta il lungo percorso attraverso il quale è tornata a comporre musica e a introdurre per la prima volta nei suoi dischi l’elemento vocale.

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Qual è stata la tua formazione musicale?
Non ho una formazione classica. A partire da quando avevo quindici anni ho seguito lezioni di chitarra per due anni, prima su quella classica, poi sull’elettrica, ma fin dall’inizio ho cominciato a cimentarmi in piccole composizioni scritte di mio pungo, tanto che a diciassette anni ero molto più propensa a sperimentare che a seguire una qualche tradizione musicale. Poi ho preso delle lezioni di viola da gamba dal 2006 al 2007, perché si tratta di uno strumento molto difficile e solo allora ho imparato a leggere composizioni basilari, ma decisamente non riesco a “sentire” la musica se sono di fronte a uno spartito.

Accanto a molti strumenti tradizionali, l’elettronica ha rivestito un ruolo importante, in particolare nei tuoi primi lavori: qual è il tuo rapporto con l’elettronica come “strumento musicale”?
Sono attratta in particolare da forme “primitive” di musica elettronica, da artisti che hanno lavorato con registratori a nastro e con i primi supporti elettronici negli anni ’50 e ’60 (come Delia Derbyshire e il BBC Radiophonic Workshop), da gruppi quali i This Heat alla fine degli anni ’70 e dalle sorprendenti opere realizzate negli anni ’70 a produttori giamaicani. Non sono mai stata davvero così tanto appassionata della musica classificata come “elettronica”, ad eccezione delle migliori produzioni create negli anni ’90 da artisti quali gli Autechre, che invece mi hanno davvero fortemente impressionata. Non ho mai percepito la mia musica come “elettronica” in quell’accezione del termini, nonostante utilizzi un computer per assemblare i suoni e per ottenere certi effetti. Comunque, sto diventando sempre più aperta e mi sto appassionando molto a tutto quel che concerne la produzione, per cui è possibile che il mio prossimo disco sia più “prodotto”, anche se l’idea di base resterà quella di ottenere un suono diretto e disadorno piuttosto che levigato.

colleen_2Hai da poco pubblicato “The Weighing Of The Heart” dopo un lungo intervallo di tempo dall’album precedente; a cosa è stato devuto un periodo di silenzio così prolungato? Cosa è successo nel frattempo?
Ho cominciato a perdere ispirazione e motivazione per fare musica nel 2008, circa un anno dopo la pubblicazione di “Les Ondes Silencieuses”: con quel disco avevo realizzato un mio vecchio sogno, quello di creare un album “moderno” con una strumentazione barocca, quindi ero incerta sulla successiva direzione da intraprendere. Inoltre, la mia concreta condizione di muicista “professionale” mi lasciava poco tempo da dedicare a creare musica e avere una vista normale.
Nel 2009 ho smesso di suonare dal vivo e non mi sono più dedicata alla musica, ad eccezione di quella destinata a una breve colonna sonora realizzata per il regista giapponese Makino Takashi. Ho seguito lezioni di ceramica, per la quale ho avuto un forte interesse per molti anni, e in seguito mi sono dedicata alla scultura su pietra, ritrovando in entrambe le attività quella propensione creativa che sentivo di avere ancora in me ma che non riuscivo più a esprimere attraverso la musica.
All’inizio del 2010 ho ricominciato a dedicarmi alla musica, con molta meno sicurezza rispetto a prima, ma con un grandissimo desiderio di trovare un nuovo percorso musicale.

Cos’è davvero mutato nel tuo approccio alla musica nella lavorazione di “The Weighing Of The Heart”?
La necessità di una musica più ritmica, che avesse al suo interno movimento, luce e colori, e ovviamente l’introduzione della voce e dei testi. Mi senso come se avessi compiuto una transizione dal bianco e nero al colore, proprio come le copertine dei miei dischi!

La presenza della voce è appunto uno degli elementi salienti del disco: come sei pervenuta alla decisione di cantare? E quale differenza trovi nel realizzare musica non solamente strumentale?
Avendo un background pop, ho sempre ascoltato musica cantata, ma prima d’ora non mi ero mai ritenuta sufficientemente dotata per poter cantare. Ma dopo il periodo di interruzione con la musica, il bisogno di cantare è stato irresistibile.
Rendere le parole compatibili con la musica è stata la principale difficoltà rispetto al passato, in particolare perché non intendevo trasformarmi in cantautrice. E la scrittura stessa dei testi è stata ambiziosa, perché volevo che risultassero aperti ed evocativi.

C’è qualche artista che consideri importante nella tua formazione musicale, o almeno qualcuno al quale senti affine il tuo modo di fare musica?
Arthur Russell e Moondog sono due dei miei eroi: la loro musica è estremamente ricca e creativa dal punto di vista strumentale, ha un suono molto personale ma comprende anche un impiego della voce in maniera non convenzionale, con testi più vicini alla poesia che non a ordinari “testi per canzoni”.
Altre fonti di ispirazione sono state:
– Brigitte Fontaine, per la sua voce, i testi poetici e la musica, che da soli hanno definito un genere;
– gli splendidi testi di Stina Nordenstam e le sue scelte produttive spesso coraggiose;
– i due ultimi album di PJ Harvey, per la loro bellezza non convenzionale;
– le canzoni più sognanti di Tim Buckley, per i loro stratificati paesaggi sonori;
– band e artisti che negli anni ’80 si sono dimostrati particolarmente creativi per il modo in cui strutturavano le loro canzoni, per i loro suoni e l’impiego della voce: Kaa Antilope, The Servants e i primi lavori di Laurie Anderson;
– la musica tradizionale inglese e le sue estensioni americane;
– la musica africana (kora, gnawa, l’oud di Hamza el Din e i suoni più contemporanei di chitarra elettrica dalla Mauritania e le musiche africane degli anni ’70 sono state una grande fonte di ispirazione), ma anche musiche dell’Asia Centrale (in particolare quella del Kirghizistan) e la musica europea del primo Medioevo.

Qual è la tua condizione ideale per comporre? Di solito da dove proviene la tua ispirazione (in senso sia tecnico che emozionale)?
Per fare musica ho innanzitutto bisogno di serenità, silenzio e di periodi di tempo piuttosto lunghi, tre elementi che non sono così facili da trovare tutti insieme! Dal punto di vista tecnico, semplicemente mi siedo a suonare e vedo se viene fuori qualcosa di interessante.
L’ispirazione proviene dall’ascolto di musica che mi piace, dalla visione di bei film, da romanzi, libri d’arte o di natura, da biografie di altri artisti…e semplicemente dal fatto di tenere gli occhi e il cuore aperti a qualsiasi cosa, soprattutto proveniente dal mondo naturale: gli animali e i paesaggi rappresentano per me una grandissima fonte d’ispirazione.

colleen_3Come descriveresti il significato e la finalità – personale e artistica – della tua musica?
Il perché qualcuno senta il bisogno di mettersi a creare qualcosa è davvero un mistero. Per me significato e finalità della mia creazione artistica sono univoci: faccio musica per la gioia assoluta di portare nel mondo qualcosa che altrimenti non ci sarebbe e che mi auguro possa comunicare gioia anche ad altri. È molto importante per me che ciò che faccio sia molto personale: non credo sarebbe utile se la mia musica suonasse come quella di altri, visto che ce n’è già tanta in circolazione. L’aspetto personale e quello artistico sono per inscindibili, tanto che mi sento una persona più completa quando sono in grado di creare qualcosa.

L’impiego di loop e ripetizioni è spesso ricondotto al concetto di ”hauntology”. Si tratta di qualcosa che senti vicino alla tua idea di musica? E, in generale, quanto ritieni importante l’aspetto concettuale in particolare nella musica sperimentale?
Non sono solita pensare alla mia musica – e alla musica in generale – in termini concettuali: siamo fortunati che la musica sia una delle forme espressive più immediate, perciò non sono solita viverla attraverso filtri concettuali. Comunque, per l’ultimo disco ho riflettuto molto intorno a concetti mutuati dal mondo della pittura (colore/consistenza) e quello dei tessuti (l’idea del drappeggio, la realizzazione di modelli): apprezzo molto i dipinti di Paul Klee e Juan Gris, così come i lavori tessili di Sophie Teauber-Arp e Gunta Stölzl.
A proposito della ripetizione, mi piace semplicemente farmi avvolgere da un “groove” e lasciarlo espandere, soprattutto come se fosse una sensazione fisica.

Hai pubblicato “The Weighing Of The Heart” su Second Language, un’etichetta probabilmente unica nel mercato discografico attuale, per la sua filosofia e per la peculiare cura delle confezioni. Intorno all’etichetta gravita inoltre una sorta di collettivo di artisti che condividono uno stile in qualche misura affine: come sei entrata in contatto con l’etichetta? Com’è stato lavorare con le persone che la gestiscono?
Sia io che il mio compagno, l’illustratore Iker Spozio – che si è occupato di tutti i miei artwork dal 2004 – siamo amici di Mark Fry, il pittore e musicista che ha pubblicato il suo ultimo disco su Second Language. Inoltre Iker conosceva Glen Johnson – responsabile di Second Language – da parecchi anni, fin dai tempi in cui ordinava i dischi della sua prima etichetta, la Tugboat. Aver pubblicato con loro per me è dipeso dalla congiunzione dell’elemento umano con la più prosaica ricerca di un’etichetta che mi lasciasse gestire nella massima autonomia i diritti sui miei dischi, al contrario di quanto avviene con le etichette tradizionali, che mantengono sempre i diritti sui master per un certo periodo di tempo. Ho imparato molto su music business negli ultimi dieci anni; è un mondo difficile, del quale non mi sento pronta ad accettare tutte le regole solo perché dovrei, perciò credo sia importante provare a fare le cose in maniera diversa.

Come ti senti a suonare i tuoi brani vecchi e nuovi dal vivo?
È stato entusiasmante suonare nuovamente dal vivo; ne sono molto felice, soprattutto perché al 99% suono materiale nuovo. Ricordo ancora come molto impegnative dal punto di vista fisico tutte le ore trascorse negli aeroporti senza poter dormire come si deve, perciò penso che in futuro dovrò mantenere un buon equilibrio tra il tempo da dedicare ai tour e quello da impiegare tranquillamente a casa nel creare nuova musica.

English version

http://colleenplays.org/

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Questa voce è stata pubblicata il 9 luglio 2013 da in interviste con tag , , , .
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