music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

storie d’artista: PIANO MAGIC


La musica può salvare…soltanto dal silenzio

Non è facile, in questi anni, trovare una figura più particolare ed emblematica di Glen Johnson, che con i suoi Piano Magic ha ormai attraversato tre lustri di profonde trasformazioni stilistiche, di linguaggi e strumenti comunicativi, incurante delle mode ma desideroso soltanto di esprimere, nella massima libertà, i moti del suo animo inquieto e perennemente nostalgico.

Lungo tutta l’attività di Piano Magic, reminiscenze dark, folktronica, post-rock, revivalismi ‘80/’90, essenzialità acustiche e manipolazioni elettroniche si sono avvicendate nell’attenzione di pubblico e critica, lambendo marginalmente e con tempistiche tutte proprie l’originale deriva di un’idea personale trasformatasi prima in collettivo artistico aperto e in seguito in stabile band.
Sarebbe dunque praticamente impossibile rispondere all’oziosa domanda sul genere di appartenenza di Piano Magic, mentre più utile potrebbe essere individuare la sua comune attitudine espressiva, improntata a esorcizzare fantasmi o a far rivivere ricordi attraverso forme mutevoli e non univocamente definibili.

Gli esordi risalgono alla seconda metà degli anni ’90, sotto forma di 12” pubblicati dall’etichetta i/Che e in seguito raccolti in “Popular Mechanics” (1997), disorganico compendio di ripetitive sperimentazioni in una sinistra bassa fedeltà, incentrate su tastiere minimali e quasi del tutto prive di costruzioni armoniche, ad eccezione di quelle scheletriche veicolate dalla voce recitante di Rachel Leigh.
L’approccio compositivo di Johnson comincia però subito a espandersi, fino a incasellare stabilmente i suoi esperimenti sonori entro strutture di vere e proprie canzoni. Primo esito di questo percorso è “Low Birth Weight” (1999), album nel quale l’utilizzo dell’elettronica viene razionalizzato e piegato alla melodia, mentre affiorano con maggior decisione tenebrose fascinazioni wave.
Quanto in quel lavoro cominciava a delinearsi trova splendida realizzazione l’anno successivo in ”Artists’ Rifles”, disco che riassume due dei tratti che caratterizzeranno la parte centrale della discografia di Piano Magic: l’eterogeneità stilistica e l’apertura del progetto a ospiti e collaboratori in continua rotazione. Incantati quadretti bucolici si alternano a impennate chitarristiche, mentre i ritmi si fanno cadenzati e le melodie ancor più soffici, completate dalla voce di bambola di Caroline Potter, con le placide evanescenze di “Return To The Sea” e ”You & John Are Birds” a fare da altra faccia della medaglia alle distorsioni di ”Password”. Nel contempo, anche i testi di Glen Johnson acquistano spessore lirico, popolandosi di immagini spettrali, cupe metafore e descrizioni di straniante realismo.

È un periodo di notevole esposizione per Piano Magic, coronato dalla pubblicazione su 4AD del successivo ”Writers Without Homes” (2002), disco che vede infoltirsi il numero dei collaboratori, con la partecipazione, tra gli altri, di Simon Raymonde, Ronald Lippok e John Grant, nonché la prima apparizione dopo trent’anni, della musa folk Vashti Bunyan. L’eterogeneità dei contributi esterni questa volta fa smarrire una certa unitarietà al risultato finale, nel quale pure si intravedono i germi dei passi successivi di Piano Magic, riassumibili in una peculiare impronta wave e nel riavvicinamento a una strumentazione organica. Più compiuta conseguenza giunge nel dicembre 2003, quando la spagnola Green Ufos pubblica ”The Troubled Sleep Of Piano Magic”, probabilmente l’album più completo e riuscito di Piano Magic, che nel frattempo comincia ad assumere i connotati di una vera e propria band, con lo stabile inserimento in formazione di Jerome Tcherneyan alla batteria, della chitarra di Franck Alba e con il debutto in qualità di voce femminile della giovane francese Angéle David-Guillou.
Johnson continua così ad attraversare stili e contaminazioni, regalando tante piccole gemme incastonate da beat sintetici (”Saint Marie”), muri sonori inquieti e aggressivi (”Speed The Road, Rush The Lights”, ”Luxembourg Gardens”), reminiscenze eighties (”The End Of A Dark Tired Year”) e cristalline ballate, frutto di una scrittura lucidissima ed efficace, che non disdegna forme più intime e disadorne (”The Unwritten Law”, ”Comets”).
È la definitiva consacrazione della sensibilità di Glen Johnson, lo stato di grazia della cui ispirazione si manifesta nei due significativi E.P. che seguono il disco, il corposo ”Saint Marie” (ancora con la partecipazione della Bunyan e di Alan Sparhawk dei Low) e ”Open Cast Heart”, i cui i quattro brani di gelida elettronica preludono alla parziale “svolta synth” di ”Disaffected” (2005), album che permette a Piano Magic di far breccia per la prima volta nel pubblico italiano.

Di fatto, però, ”Disaffected” non si discosta poi tanto dal suo predecessore, benché le atmosfere spettrali del disco siano virate in chiave più esplicitamente goticheggiante e supportate da un substrato che richiama, senza mai sfociare nell’emulazione, tanta tradizione wave, dark ed elettronica. Benché anche qui non manchino limpide ballate di chitarra acustica e voce come ”I Must Leave London” e ”You Can Never Get Lost (When You’ve Nowhere To Go) ” e canzoni dal gusto “indie” come il manifesto artistico Love & Music, i pezzi maggiormente caratterizzanti risultano la title-track e ”Deleted Scenes”, entrambe segnate dal beat iterativo di percussioni sintetiche che riecheggiano New Order e Kraftwerk.
Mentre le suggestioni synth-pop di Glen Johnson trovano ulteriore autonomo spazio nel parallelo progetto Future Conditional, per Piano Magic è di nuovo tempo di una rivoluzione copernicana; non più dal punto di vista della formazione, ma da quello delle vesti sonore che completano canzoni, tuttavia, sempre dotate di un tratto di scrittura riconoscibilissimo.

Le atmosfere claustrofobiche tanto care a Johnson vengono infatti enfatizzate in “Part-Monster” (copubblicato da Homesleep nel 2007) da ondate di feedback e distorsioni che saturano in maniera stordente le linee melodiche, travolgendo le strutture delle canzoni secondo un’estetica da rock inglese anni ’90 (non a caso il disco è prodotto da quel Guy Fixsen, responsabile, tra l’altro, di Loveless). Prova emblematica della nuova mutazione di pelle di Piano Magic proviene dal trattamento applicato nel disco a ”Incurable”, brano di elettronica marziale nell’omonimo E.P. dell’anno precedente, qui trasfigurato da roboanti cascate elettriche. Per una buona metà della sua tracklist, ”Part-Monster” riabbraccia una fisionomia più compassata, ma in fondo coerente con l’accentuato nervosismo esecutivo e con una rinnovata immediatezza espressiva, che disperde tuttavia in parte l’alone di mistero e il continuo gusto della sorpresa dei due lavori precedenti.

L’impostazione sonora resta sostanzialmente la stessa nel breve di passaggio di Piano Magic su Make Mine Music; scelta controcorrente dal punto di vista della visibilità discografica, ma determinata dall’assoluta libertà creativa e di promozione consentita dalla purtroppo appena defunta etichetta di Scott Sinfield e Jon Attwood. In quel periodo vengono pubblicati l’E.P. ”Dark Horses” (2008) e l’album ”Ovations” (2009), nei quali l’enfasi distorsiva del disco predente viene in parte smussata, a beneficio di un più palese omaggio alla dark-wave e alle produzioni 4AD a cavallo tra fine anni ’80 e primi ’90. Lo testimonia la partecipazione al disco di Brendan Perry e Peter Ulrich dei Dead Can Dance, che non soltanto vi apportano sfumature ieratiche ma soprattutto ne accentuano la sezione percussiva, nella quale accanto alla drum machine compaiono strumenti tradizionali quali le nacchere e il darabuka turco. Le sovrastanti coltri elettriche cominciano dunque a lasciare il passo a una strana miscela di ossessioni sintetiche e austero ritualismo, che denota una significativa ripresa della ricerca di soluzioni sonore sempre inedite.

La stessa incessante ricerca, la stessa instancabile curiosità nell’affrontare nuove sfide prelude al periodo più recente dell’attività di Piano Magic. Mentre infatti Glen Johnson corona il sogno di ragazzino di creare un’etichetta – con la particolare formula da cultori dell’oggetto-cd di Second Language – mette da parte il pedale della distorsione, cimentandosi in esecuzioni dalle scarne forme acustico-analogiche. Testimonianze ne sono prima la limitatissima edizione di ”Home Recordings”, nella quale vecchi brani vengono riletti in chiave unplugged, quindi esibizioni live come quella regalata nell’incredibile scenario delle Grotte di Castellana e infine il nuovo disco, ”Life Has Not Finished With Me Yet”, undicesimo della serie e prova di una vitalità invidiabile per qualsiasi band con una così lunga attività alle spalle.
Del resto, quando si tratta di Piano Magic è sempre tutta un’altra storia, per varietà sonora, atteggiamento verso il mercato e, soprattutto, per il sano approccio alla musica, vissuta come ideale veicolo espressivo dei sentimenti e con l’ironia tutta inglese di chi ne conosce la straordinaria potenza di suggestione ma è anche consapevole che il suo unico effetto pratico può essere quello di spezzare il silenzio.

(pubblicato su Rockerilla n. 381, maggio 2012)

http://www.secondlanguagemusic.com
http://www.piano-magic.co.uk

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2 commenti su “storie d’artista: PIANO MAGIC

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Questa voce è stata pubblicata il 10 giugno 2012 da in storie d'artista con tag , , , , , , , , .
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