music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

intervista: PIANO MAGIC

Il nuovo album di Piano Magic, “Life Has Not Finished With Me Yet” viene finalmente pubblicato oggi su Second Language. Glen Johnson ce lo presenta, raccontando anche come sia cambiato il suo approccio alla musica negli ultimi anni, dai tempi di “Part-Monster” e “Ovations“.

In quindici anni di attività, Piano Magic ha attraversato numerosi mutamenti stilistici. è dipeso da scelte consapevoli o semplicemente dalle ispirazioni del momento?
Glen Johnson: Potrà sembrare strano, ma ho sempre pensato che ci sia un sostanziale “Piano Magic sound” al centro di tutto ciò che facciamo. Penso che persino se facessimo un brano techno, i nostri fan lo riconoscerebbero come un pezzo di Piano Magic, poiché solitamente nella nostra musica incaselliamo un certo mood ed evochiamo delle emozioni ben precise. O almeno così ci dicono.
Ovviamente, poi, nella nostra musica i testi giocano un ruolo fondamentale, quindi indipendentemente dal tipo di musica che facciamo, la prosa e i temi trattati sono abbastanza peculiari e riconoscibili.

C’è però un album in particolare che ritieni possa rappresentarti meglio di altri?
No, però prima o poi mi piacerebbe raccogliere le canzoni che personalmente ritengo siano il vero cuore di Piano Magic. Sono sparse qua e là, ma in ogni album ce n’è almeno una o due che mi tocca profondamente, nonostante le abbia scritte io stesso.
Penso che sia davvero rarissimo trovare canzoni che in qualche modo toccano il cuore e l’anima, e quasi non sai perché.

All’incirca per la prima metà della tua attività, Piano Magic è stato qualcosa di simile a un progetto personale, intorno al quale si avvicendavano di volta in volta collaboratori diversi, mentre in seguito è diventata una band stabile. Hai trovato nei musicisti che suonano adesso con te la tua dimensione espressiva ottimale?
Senza voler mancare di rispetto alle persone che suonano adesso con me – che sono tutte miei cari amici – non amo molto la democrazia! Sono convinto che, se fossi lasciato solo con le mie attrezzature, la mia musica risulterebbe molto simile a quella di Piano Magic quanto a temi, mentre dal punto di vista sonoro sarebbe molto più minimale e meno…”rock ‘n’ roll”. Con ciò non intendo dire che Piano Magic sia una band convenzionale, ma la stessa formula standard di chitarre, basso e batteria sarebbe in grado di limitare chiunque!

Qualche anno fa, in un’intervista hai raccontato di scrivere i tuoi testi a casa, accanto a una bottiglia di vino e di fronte alla foto della tua ragazza morta. Ho trovato quell’immagine molto toccante: è ancora così? E, in generale, adesso come nascono i brani di Piano Magic?
In realtà non c’è nessuna fidanzata morta. Ma mi piace il vino, specialmente quello italiano, anche se i nostri ultimi brani sono nati in maniera “sobria”.
Scriviamo molto poco insieme come fa una band, mentre mi capita sempre più spesso di registrare bozze elettroniche a casa e poi di chiedere alla band di riempirle e strutturarle quando ci troviamo in studio. Insomma, io procuro lo scheletro, gli altri ci mettono sopra i muscoli e la pelle.

Assenze, fantasmi e nostalgia hanno sempre popolato l’immaginario dei tuoi testi: cosa significano per te? Metterli in musica è servito a mantenere vivi i ricordi o a esorcizzarli?
Beh, questo è proprio l’esperimento sotteso alla scrittura delle canzoni, no? Se si catturano queste sensazioni in un brano, saranno custoditi in eterno come nell’ambra o appassiranno e moriranno come fiori? Alcuni anni fa ho trascorso lunghi mesi immerso nel passato più di quanto non mi preoccupassi del mio presente. Credo che tutti attraversino momenti del genere; basta scorrere i commenti su Youtube, nei quali si ritrova una lunga trafila di persone che ricordano quanto magnifica fosse una certa canzone in un certo momento, ma le canzoni non muoiono mai, perciò possono essere valide adesso come lo erano vent’anni fa. Sono solo le persone che cambiano.

Il titolo del nuovo disco, “Life Has Not Finished With Me Yet“, per quanto abbastanza ironico, sembra guardare avanti invece di rifugiarsi nella nostalgia. È il segno di un cambiamento nel tuo approccio alla musica…o alla vita?
È un messaggio molto positivo! Ovviamente ci sono molti riferimenti al suicidio nella title track, ma la voce narrante dice: “Ho provato le pillole, una pistola, un coltello, ma il mio momento non è ancora arrivato! Non sono pronto a morire!”. C’è tanto umor nero (inglese) nel nuovo disco, tante conclusioni del tipo “sì, vivo in un mondo terribile ma non voglio mollare, piuttosto sarò un martire!”.

A proposito, negli anni è mutato il ruolo della musica nella tua vita? Sei ancora convinto che “non possa salvarti da altro che dal silenzio” o ti aspetti qualcosa di più da lei?
Ho sempre minori aspettative dalla musica, dunque ho imparato ad apprezzarla di più. Di certo non credo che possa salvarti da null’altro che dal silenzio, ma può aiutarti a convincerti che le cose sono migliori…o peggiori di quelle che sembrano e in questo senso è estremamente potente.
D’altro canto, lavoro nell’industria musicale, che è un ambiente nel quale l’attenzione sulla musica viene posta in quanto prodotto piuttosto che in quanto forma d’arte, per cui posso assaporare la musica solo quando torno a casa, mi tolgo le scarpe, mi metto sul divano e mi concede un’ora per poter veramente ascoltare qualcosa senza pensare “questo deve vendere 10.000 copie altrimenti siamo fregati”.

Il nuovo disco giunge al termine di un periodo nel quale hai avuto molte occasioni di cimentarti con la dimensione acustica, anche in sede live, come nel caso del particolarissimo concerto alle Grotte di Castellana. Ti trovi a tuo agio a comporre in questa veste?
C’è stato un periodo nel quale in particolar modo io ero stanco di andare su un palco per fare quanto più rumore possibile. Credo che tra “Part-Monster” e “Ovations” fossimo troppo concentrati a fare musica che potesse essere suonata su grandi palchi. Sembrava che pigiare sul distorsore fosse una cosa divertente da fare e che potesse essere la soluzione giusta per quasi tutti i brani, mentre era quella più facile e, in tutta sincerità, pure noiosa quando l’hai fatto già cento volte.
Quando abbiamo cominciato a lavorare su Life Has Not Finished With Me Yet”, mi è capitato di riascoltare dei dischi tranquilli ed eleganti, come “Spirit Of Eden” dei Talk Talk, e poi David Sylvian, Virginia Astley, Thirteen Moons, This Mortal Coil, etc., perché pensavo che fosse opportune che gli ascoltatori potessero percepire ogni dettaglio della nostra musica. Quindi il primo esperimento è stato quello di suonare alcune vecchie canzoni in maniera più tranquilla per vedere se questa potesse essere un modo per oltrepassare il rumore. E penso che abbia funzionato.

Tra i dischi di Piano Magic, quello a tuo nome e gli altri progetti paralleli Future Conditional e Textile Ranch, esplori territori sonori molto diversi tra loro. Come fai a conciliare queste diverse anime nel tuo processo creativo?
A volte comincio a scrivere una canzone provando a tenerla per il mio prossimo disco solista, ma poi non posso fare a meno di pensare “Ma se Franck vi aggiungesse un po’ di chitarra o Jerome delle ritmiche?” e prima ancora che me ne accorga è già diventata una canzone di Piano Magic. Sono come una falena, attratta da Piano Magic, che come un sole grande e brillante. Qualcuno potrebbe dire che è piuttosto una stella della morte, ma per me non è così…

Sembri una persona molto schiva; persino nelle foto ufficiali della band ti collochi spesso in disparte. È davvero questo il tuo modo di essere? Pensi che abbia influito sulla tua esposizione artistica?
Credo che uno qualsiasi dei miei più stretti amici direbbe che non sono proprio timidissimo. Sì, sono una persona schiva e non mi interessa il successo, né essere fotografato, etc., ma ho un buon senso dell’umorismo e mi piace divertirmi, anche se probabilmente si tratta di un divertimento tutto mio. Di sicuro non vado in giro infelice tutto il giro, nascondendomi nell’ombra. Parlo molto (come probabilmente si può evincere da quest’intervista) perché mi piace comunicare e mi interessa molto conoscere altre persone e, l’intera “tappezzeria” della vita in generale.
Del resto sono un “frontman”, vero? No, che non lo sono!

“Life Has Not Finished With Me Yet” è il primo album di Piano Magic a essere pubblicato per la tua etichetta Second Language. Al di là dell’assoluta autonomia decisionale, pensi che la stessa politica dell’etichetta possa essere limitante in termini di diffusione del disco?
Anche se la maggior parte delle release di Second Language sono edizioni limitate, l’album di Piano Magic non lo sarà. Sostanzialmente proveremo a mettere a disposizione copie sufficienti per le persone che le desidereranno, in modo che non avvenga che il disco vada esaurito nel giro di un mese o due, come avviene per quasi tutte le edizioni di Second Language.
L’etichetta è ancora una sorta di esperimento: inizialmente eravamo curiosi di capire se potesse aver successo un’alternativa al modello convenzionale delle case discografiche, o almeno di verificare se ci fossero ancora persone desiderose di possedere un supporto fisico tangibile, in alternativa a degli mp3 che a malapena rappresentano quanto registrato in studio, a causa degli elevati livelli di compressione. È un po’ come con i cibi precotti: possono sfamarti ma il loro gusto è insapore e viene subito dimenticato.

Ci racconti com’è nata l’idea di un’etichetta fondata su edizioni limitate, su una politica di sottoscrizione e su confezioni particolari e molto curate?
Ai tempi della mia adolescenza, avevo messo un annuncio su Melody Maker nel quale chiedevo che mi fossero inviati dei demo per poter metter su una cassette-label. All’epoca non ero sicuro del perché volessi creare un’etichetta e tanto meno come l’avrei diretta, ma pensavo che in giro ci fosse tanta musica fantastica che nessuno ascoltava. E allora cominciarono ad arrivare tutte queste cassette straordinarie, per lo più di materiale che realizzato in casa con equipaggiamenti di registrazioni economici e strumenti minimali, in un’autentica bassa fedeltà. Per un motivo o per l’altro – soprattutto per inesperienza – non sono stato in grado di concretizzare quell’idea, ma penso che quel seme abbia continuato a crescere dentro di me.
Sono istintivamente attratto da artisti che incontrano difficoltà nel diffondere la loro musica e che non hanno una grande organizzazione alle spalle. Quindi Second Language gliene fornisce una piccola: non è potente, ma funziona.

Le edizioni di Second Language si caratterizzano anche per l’ampio impiego di materiale riciclato, a partire dai cartoncini e dalle scatole che racchiudono molti dei cd. Inoltre, nel nuovo disco hai scritto che “The way we treat the animals will govern how we’re judged”: pensi che la musica sia un utile veicolo di sensibilizzazione su tematiche ambientali?
La musica è un podio perfetto per diffondere qualsiasi tipo di messaggio. Bisogna solo sperare che la gente ti ascolti, altrimenti stai predicando in una chiesa vuota!

(pubblicato su Rockerilla n. 381, maggio 2012 – English version)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 11 giugno 2012 da in interviste con tag , , , , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: