music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

bill_callahan_dream_riverBILL CALLAHAN – Dream River
(Drag City, 2013)

Per il “loner” per antonomasia Bill Callahan la natura ha spesso assunto il duplice ruolo di oggetto d’osservazione relazionale e di immagine alla quale affidare l’espressione delle tempeste del suo animo. Basta uno sguardo alle copertine degli ultimi tre dischi per rilevarvi un filo conduttore a livello poetico e iconografico, che nel fiume immaginario vagheggiato nel titolo del nuovo lavoro prosegue alla ricerca di paesaggi incontaminati, speculare a quella delle emozioni umane più primitive e autentiche.

Dalla solitudine alcoolica fotografata con impietosa autocommiserazione (“The only words I’ve said today are ‘beer’/ And ‘thank you’”) dall’iniziale ballata country cesellata dagli archi “The Sing” alla delicata metafora amorosa del volo della confidenziale “Small Plane”, “Dream River” ruota nuovamente intorno al sentimento, contemplato con un misto di apparente distacco e calda partecipazione, entrambi incarnati dalle interpretazioni di Callahan, il cui crooning assume col passare del tempo sfumature sempre più basse e vellutate. Forte ma morbida come l’aroma di un vecchio whiskey, la sua voce conferisce sentori estremamente “classici” alle otto canzoni di “Dream River”, radicate nella più profonda tradizione americana, eppure come non mai protese alla scoperta di contaminazioni dalle provenienze più varie. È come, se nell’ideale ricerca dell’isolamento assoluto, Callahan non si stia soltanto spingendo verso gli spazi sconfinati del West, ma intenda travalicare la frontiera “americana” per esplorare le traduzioni in ulteriori linguaggi del suo ascetismo introspettivo.

Così, tra le immagini senza tempo di un romanticismo country-folk marchiati dall’impronta inconfondibile di Callahan (“Small Plane”, “Seagull”, “Winter Road”) si affacciano non solo soffuse raffinatezze degne di un Leonard Cohen virato in chiave bucolica (“Javelin Unlanding”), ma spezie di sottile psichedelia orientale, veicolata da zufoli e iterati apici elettrici (“Spring” e “Summer Painters”), e insistite cadenze ritmiche che evocano contenuti rituali afro-asiatici (la stessa “Spring” e “Ride My Arrow”). Tutto ciò rende l’affresco di “Dream River” estremamente vario e composito, seppur ricondotto a coerente unità da Callahan, che con straordinaria naturalezza continua a dispensare dispacci da una solitudine che, nonostante ostenti imperturbabilità rifugiandosi nella natura, non riesce a ricavarne una fuga da una sofferta realtà interiore: “we call it spring though things are dying”.

Lo stesso infinito ciclo naturale, piuttosto che sicuro appiglio, diviene anzi emblema di una condizione personale sostanzialmente statica e immutabile: ”How long have I been gone?/ How long have I been traveling?/ And how tired have I been?/ And how far have I got?/ In circling/ and circling/ and circling”. Per fortuna, anche la consumata classe di Callahan è una certezza soggetta a periodiche manifestazioni, che “Dream River” non smentisce affatto ma dischiude a orizzonti umani e artistici sempre più vasti.

http://www.dragcity.com/artists/bill-callahan

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Questa voce è stata pubblicata il 19 settembre 2013 da in recensioni 2013 con tag , , , , , , .
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